26 aprile 2019

QUANDO IL TENNIS FECE BOOM

Raffaele Cirillo, giornalista ed economista, ha ripercorso nel suo nuovo libro il periodo del boom del tennis in Italia. Scoppiato grazie alle gesta di un fuoriclasse come Adriano Panatta. Con ricordi e aneddoti che vale la pena di conoscere

Adriano Panatta è stato l’eroe del boom del tennis italico, in campo e fuori. Eroe del tennis facile e del tennis per tutti, il romano è stato il personaggio che ha democraticizzato il gioco, ha svecchiato stili e costumi di vita dei campioni, è stato il primo sportivo in Italia a essere personaggio comunicazionale, portatore di interessi di business. Panatta ha vinto gli Internazionali d’Italia e gli Internazionali di Francia nel 1976. Con gli undici leggendari match ball salvati al primo turno contro l’australiano Kim Warwick al Foro e una balle de match neutralizzato in tuffo all’esordio al Roland Garros al ceco Pavel Hutka, giusto una settimana dopo. Episodi ricordati più delle vittorie finali sul forte mancino argentino Guillermo Vilas, sulle sponde del Tevere, e più dell’escalation finale con l’orso Borg, lo gnomo malefico Eddie Dibbs e il sorcio maledetto Harold Solomon, sulle sponde della Senna. A Parigi Adriano registrò a suo nome anche il brevetto di un colpo nuovo, lo smash dorsale. Rino Tommasi coniò per questo colpo fosbury il termine veronica, paragonando-la al colpo che nella corrida il torero fa volteggiando la cappa davanti al toro. Un colpo vincente, spumeggiante, da applausi a scena aperta. Per strada i ragazzini, che giocavano a fare Panatta, lo emulavano: attacco in back, discesa a rete e chiusura del punto con la veronica, non tutti ci riuscivano ma tutti lo facevano in una immedesimazione collettiva, ritualizzando quella emozione sportiva che solo un campione riesce a trasmettere. E Adriano era un campione vero.

Se a stabilire chi sia stato il più forte tennista italiano di tutti i tempi tra Panatta e Pietrangeli può apparire un esercizio controverso e difficile e, a mio avviso, anche inutile per differenza di ambiente, di riferimento temporale e variabili di stile e di mentalità nell’approccio del gioco, certamente Adriano è stato il tennista più amato dagli italiani. Sì, da tutti gli italiani, dagli adulti e dai bambini, dalle mamme e anche dalle nonne. I progressi della televisione avevano portato il mondo nelle case della gente e il mondo dello sport aveva rapito le famiglie italiche con i suoi personaggi. Panatta era diventato uno di questi, il più popolare fra tutti. Molto prima del 1976 Adriano era già uno sportivo affermato, i suoi successi lo avevano consacrato e i media lo avevano posto sotto i riflettori, se non altro per il fatto che nella prima classifica ATP dell’agosto 1973 il romano occupava già la ottava posizione al mondo. Ma Adriano era bello e col ciuffo ordinato, giovane e con l’aria da bravo ragazzo: più che una pop star, un eroe da fotoromanzi, quelle riviste fotografiche che le adolescenti di allora leggevano lontano dagli sguardi severi e bigotti dei genitori, sognando il principe azzurro. Nei fotoromanzi immaginari del tennis il protagonista prendeva le sembianze di Adriano, non armato di spada ma di una semplice racchetta.

Il popolo che aveva scoperto la disciplina aveva trasferito sui gradoni dei campi da tennis il tifo calcistico. Sugli spalti di marmo travertino, la Fossa dei Leoni del Foro Italico supportava il principe Adriano che, nella sua arena preferita, faceva volteggiare la racchetta a colpi di fioretto. Un popolo in canottiera partecipava con la passione, col cuore, disturbando e insultando l’avversario, lanciando monetine, applaudendo l’errore e infastidendolo nella concentrazione prima del servizio, come si faceva col calciatore prima di una punizione o di un rigore. Un aiuto non richiesto né tantomeno fomentato da Adriano. Harold Solomon nel ’76 e Pepe Higueras nel ’78 abbandonarono anzitempo stizziti il terreno di gioco durante i loro incontri con Adriano per protestare contro un ambiente ostile. Quelle manifestazioni di entusiasmo sottolineavano che quello sport era cambiato. Non più gesti bianchi e fair play, ma gioco maschio e passione partecipativa. Nel tennis fecero irruzione i cori calcistici che rompevano la quiete di un ambiente, affezionati al silenzio liturgico. Il coro di A-dri-a-no, intervallato dal ritmo delle mani e urlato a squarciagola da tifoserie proletarie romane in canottiera un po’ scomposte, aveva preso anche il pubblico francese, impazzito per Adrianò. Un coro importato anche nel tempio sacro di Wimbledon ove il silenzio era la regola, ma Panatta costituiva l’eccezione profana. L’immagine di Panatta rimase (e rimane) legata alla Coppa Davis, a quella vinta nell’anno del trionfo in Cile, e a quelle sfiorate nel ’77, nel’79 e nell’80. È stato numero uno di una squadra irripetibile, divisa e vincente, tormentata, percorsa da diffidenze e schieramenti, ma unita nel perseguimento della vittoria. Il più amato dei 4 moschettieri, il più amato dagli italiani. Forse perché il suo carattere rifletteva quello nazionale, tutto genio, pigrizia, indolenza, crolli e inattese resurrezioni. Un fisico all’apparenza solidissimo, ma traditore, unito a un carattere generoso e allo stesso tempo fragile, gli causarono più di un dissesto, specie in Coppa, dove spesso furono la tigna e i nervi di acciaio di Barazzutti a salvarci.

Oltre i trionfi di Roma e Parigi, nel suo albo d’oro vi sono anche i quarti raggiunti a Wimbledon nel ’79, le semifinali a Parigi nel ’73 e nel ’75, gli ottavi agli Us Open nel ’79, una qualificazione per il Masters del Grand Prix a Stoccolma nel ’75 e per quello del WCT a Dallas nel ’77, le vittorie a Stoccolma e a Firenze (nel ’75 e nell’80), oltre ai sei titoli Assoluti Italiani dal’70 al ’75, e ai cinque di doppio. Nel ranking ATP ha toccato la 4ª posizione mondiale il 24 agosto del 1976, conseguenza della striscia vincente Roma–Parigi.
Un tennis bello a vedersi, spumeggiante, geniale. Impostato su tre colpi di grande livello: un dritto potente ma capace, grazie alla presa anomala e alla sensibilità del polso, di diventare improvvisamente morbido, in smorzate e pallonetti perfetti; la cannonball di servizio, e il grande gioco di rete. Adriano è stato una spina nel fianco di sua altezza reale Bjorn Borg, che da lui ha dovuto incassare le uniche due sconfitte a Parigi (nel ’73 e nel ’76), impresa mai riuscita ad altri; ma in giornate di vena – quando si faceva temibile anche il rovescio passante e di risposta – è stato un osso duro per tutti, per Jimmy Connors, per Arthur Ashe, per Ivan Lendl, per Guillermo Vilas, per Josè Luis Clerc. Nessuno escluso. A parte McEnroe, giunto sulla scena quando Adriano ne stava ormai uscendo, Panatta ha battuto (più volte) tutti i numeri uno della sua epoca e di quella precedente.

Campione in campo, personaggio fuori. Il Paul McCartney dei Parioli (anche se quel quartiere romano non era il suo) era piacente e gaudente. Amante della vita e di tutte le cose che un giovane campione si poteva permettere. Le riviste di gossip gli dedicavano copertine e servizi esclusivi, i paparazzi si appostavano per rubare scatti alle sue conquiste femminili. Donne di successo e in vista come Mita Medici, attrice impegnata, bella ed emancipata, ragazza del Piper, il locale alla moda del pop capitolino del tempo, chiamata da Pippo Baudo a suo fianco per presentare una fortunata Canzonissima del 1973 ed essere per mesi la soubrette della gara canora del sabato sera. Poi la bella, provocante e trasgressiva Loredana Bertè, che allora faceva la ballerina e che anni dopo sarebbe andata in sposa a Bjorn Borg. La cantante calabrese scrisse e interpretò nel 1975 la canzone Sei bellissima che raccontava proprio la loro storia d’amore – più passionale che sentimentale – in musica e parole. Una sorta di serenata pop che ha resistito con successo alle intemperie degli anni. E dopo Loredana, Winnie Hollman, modella danese algida e biondissima, poi attrice, quindi moglie di Jack Nicholson. Naturale che Adriano si guadagnasse, grazie a simili frequentazioni, non solo le tante copertine delle riviste sportive dell’epoca, specializzate e non, ma anche le copertine patinate delle riviste glamour, che fosse una presenza abituale sui tabloid femminili popolari, per non dire delle tante e più disparate cover, persino su Topolino, L’Intrepido, Il Monello, Il Giornalino, Ragazza In, Corriere Boy, vale a dire i giornaletti cult per il mondo dei ragazzi e degli adolescenti. Ecco perché Panatta era l’eroe di tutti, dei grandi e dei piccoli, dei maschi come delle donne. Cosa fa Panatta, come si allena Panatta, cosa pensa Panatta, cosa mangia Panatta, come si veste Panatta, dove va in vacanza Panatta, l’ultimo flirt di Panatta. E non solo il Panatta single e playboy, ma anche il Panatta sposo di Rosaria Luconi e padre di Niccolò, Alessandro e Rubina era una bella storia di vita da copertina. Adriano, insomma, era uno che faceva notizia, in campo e fuori. Qualsiasi cosa facesse.

Ma ad Adriano non fu dedicata soltanto una canzone, Adriano era nella ballata portata al successo da Rino Gaetano nel 1978, Non te reggae più, un grido di allarme e una strigliata alla coscienza individuale e collettiva del Paese in una elencazione – a ritmo di reggae – di fatti e personaggi collegati tra loro in un nesso logico-politico-civile. Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Buongiorno, Villaggio, Raffa, Guccini. Panatta rientrava a pieno titolo nei personaggi che rappresentavano l’italianità, quel diffuso sentimento nazional popolare che biasimava il consociativismo dei partiti, la degenerazione dei politici, ma si riconosceva nei suoi idoli sportivi e in quelli della TV. La frequentazione con gli attori del cinema, con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e l’amicizia con Paolo Villaggio, lo proiettavano al di fuori di un contesto tennistico. Panatta faceva parte del costume italiano. Ma per gli amanti del tennis Panatta era il tennis e il tennis era Panatta. E l’equazione matematica era fin troppo semplice: Panatta stava al tennis italiano come Borg a quello mondiale. Come Borg, infatti, Panatta era un veicolo pubblicitario efficace e sicuro per le aziende del made in Italy perché rispondeva nelle componenti basilari alle esigenze del prodotto, vale a dire la nazionalità, la forza di impatto sulle masse consumatrici e la capacità personale di coniugare la propria attività sportiva con gli obblighi commerciali. Rispetto a Gustav Thoeni, trascinatore della valanga azzurra dello sci, Adriano, vettore del movimento azzurro racchettaro, rispondeva a tutte quelle esigenze aziendali e fu il primo atleta italiano a essere un personaggio commerciale al servizio della comunicazione integrata delle imprese. Fu il primo testimonial italiano di derivazione sportiva, un personaggio influente nelle scelte commerciali e capace di indirizzare le preferenze dei consumatori. Fra le quali, per quanto concerne i materiali e l’attrezzatura tecnica, era prevalente la specificità tecnica (la racchetta in legno piuttosto che quella in metallo che il giocatore non amava), mentre per i prodotti diversi era importante il grado di accettabilità, di credibilità e di simpatia (un profumo utilizzato dall’atleta era di sicuro successo per coloro che volessero far presa sulle donne). Panatta suscitava tutte queste esigenze. Prima di Alberto Tomba e prima di Roberto Baggio, tutti clienti IMG. Adriano divenne in Italia il primo testimonial di una sponsorizzazione basata sullo psychological star mechanism, il meccanismo psicologico delle star descritto da Christian Ryssel e Eric Stamminger in un bel lavoro del 1988, Sponsoring world class tennis players.

dal libro Quando il tennis fece boom. Diventammo ceto medio inseguendo una pallina. 301 pagine, Absoluty Free editore (2018)

La ricerca partiva da alcuni campioni che potevano influenzare altre persone in seguito alla speciale posizione che occupavano in uno specifico settore. L’influenza derivava da un processo di identificazione che portava le persone a imitare comportamenti del loro modello, acquistando prodotti da lui utilizzati o parlando positivamente della marca (e quindi dell’azienda) che lo sponsorizza. Il processo di identificazione poteva aver luogo soltanto se le persone percepiscono che il proprio idolo persegue – secondo l’analisi della ricerca – i loro obiettivi, gli stessi che essi possono effettivamente conseguire. La forza del processo di identificazione dipendeva dal grado di motivazione delle persone, dalla frequenza con la quale vedevano l’oggetto della loro passione, dal tipo e dalla frequenza dei fattori ambientali che agiscono a rinforzo di tale identificazione. Se il processo viene mantenuto, l’esperienza dell’idolo viene trasferita ad altre persone, cosicché quando questi ha successo ne consegue un impatto positivo anche presso i suoi fans. Dato questo processo psicologico Panatta era ritenuto per il mercato italiano un personaggio che possedeva tre requisiti fondamentali:
1) Era competente nel settore in cui operava l’azienda.
2) Poteva dimostrare in modo credibile come il prodotto fosse legato alla propria performance.
3) Possedeva una immagine fortemente coerente con quella dell’azienda e del prodotto.
Questo significava essere veicolo comunicazionale per le aziende e per il mercato dei beni di largo consumo italiani Panatta fu il primo testimonial proveniente dal mondo dello sport.

Come Borg anche Panatta fu seguito fin dai suoi esordi dall’IMG e da Ian Todd in particolare, per poi avere come manager indipendenti Massimo Camilletti prima e Tony Menconi poi. Nel ‘77 anno di rinnovo dei contratti, dopo il copioso raccolto del ‘76, Panatta chiuse con la General Sports un accordo per vestire l’abbigliamento della casa genovese per 150 milioni di lire annui, lasciando la Fila che gli aveva offerto un contratto quinquennale di 150 milioni annui, comprensivo però dell’utilizzo delle racchette della casa biellese. Adriano invece confermò le racchette WIP, per 150 milioni di lire annui e le scarpe Superga per 30 milioni di lire. Nel corso degli anni successivi portò a casa un altro centinaio di milioni con le patch sulle magliette delle ceramiche Panaria (La luce e la forza del diamante), il dentifricio Blanxs (Denti splendenti), Canale 5 (con lo stemma del biscione sulla manica della shirt di gioco). Poi la pubblicità ai jeans della Lebole (Con la stoffa del campione), alla Sambuca Molinari (La gente che conta beve Molinari), e il carosello del profumo Brut33 e di altri prodotti della Fabergè, insieme a Pelè. «Se devo fare una cosa mi piace farla bene», diceva Adriano in una scena che lo ritraeva in una vasca da bagno ricoperto dalle bollicine del bagnoschiuma più famoso al mondo. Due uscite editoriali di successo Il manuale del piccolo tennista scritto con Vittorio Piccioli e Io ed il tennis, la mia vita raccontata a Luca Liguori. Anche Rosaria, acquisita la notorietà per essere la signora Panatta, posò per la gioielleria Torrini che aveva ideato una linea per il tennis (Dai campi in terra rossa, Torrini estrae oro e diamanti). Adriano fu coinvolto sempre in una miriade di iniziative pubblicitarie e commerciali proseguite anche dopo il ritiro agonistico del campione, con la televisione sempre più presente, con le interviste, le ospitate nei programmi di intrattenimento.

A distanza di oltre quarant’anni dai suoi trionfi epici, la scorsa estate la Rai ha mandato in onda due programmi di intrattenimento con lui protagonista. In Meglio tardi che mai, quattro nonni famosi italiani – oltre ad Adriano c’erano l’attore Lando Buzzanca, il cantante Edoardo Vianello e il presentatore Claudio Lippi – sono andati alla scoperta divertente dell’evoluzione tecnologica e dei costumi in un Paese all’avanguardia come il Giappone. Una sorta di reality in due puntate in prima serata su Rai2 e share del 7 per cento di media. Mentre in I supereroi, un talk garbato con personaggi illustri nazionali, Vincenzo Mollica e Massimiliano Pani hanno intervistato la «prima rock star italiana» (così lo ha apostrofato più volte Pani) in un amarcord a tutto tondo. Seconda serata Rai1 e share del 9 per cento. Ad Adriano è mancato solo il cinema... Eppure Franco Zeffirelli lo aveva provinato per Fratello Sole, Sorella Luna, ma l’esito non fu soddisfacente. Insomma, Adriano era un personaggio spendibile oltre il rettangolo di gioco e quindi decisamente vendibile – in termini di marketing – per gli operatori economici che si rivolgevano a target consumistici di massa. Gli altri davismen del boom tennistico, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli, nel loro post agonismo si sono ritagliati un’attività professionale nell’ambito della disciplina, come direttori tecnici, capitani di Davis e Fed Cup, coach, commentatori televisivi, ma non hanno mai abbandonato il loro settore di provenienza. Panatta single e playboy e poi buon padre di famiglia è stato in Italia anche la prima icona sportiva di un cambiamento dei costumi sessuali. Nel tennis il controllo di se stessi ha sempre assunto un ruolo determinante e proprio in questa disciplina gli atleti esprimevano in quegli anni – e a volte ostentavano pubblicamente – una sessualità continua, un rispetto dei ritmi naturali biopsichici dell’organismo che al tempo stesso si traduceva in un sostegno psicologico da parte del proprio partner dietro le quinte, prima e dopo un match, ma anche durante l’incontro, con la loro presenza fisica ai bordi del rettangolo di gioco. Un radicale cambiamento tra chi sosteneva che i rapporti sessuali costanti annebbiavano la mente e occorreva un ritiro casto prima di un appuntamento agonistico, come lo era nel calcio. La percezione dell’appassionato di tennis era che l’attività sportiva dei grandi campioni era sana come lo era la sua, semplice tennista amatoriale o ultimo giocatore della domenica. In quegli anni il tennis fu appunto uno dei primi sport a emanciparsi e Panatta il primo campione riconosciuto dalle masse che aveva metabolizzato questi principi. «Sì alla Davis ma niente clausura» era il titolo di un’intervista che Adriano rilasciò a Vittorio Piccioli nel dicembre del 1978. «Non ho mai posto condizioni e non ne porrò. Talune cose vanno riviste. Non voglio clausure e non voglio neanche che si ponga il problema della moglie. La moglie io me la porto dietro finché credo. Se sono in grado di autogestirmi durante i tornei, non vedo perché non lo dovrei essere in Coppa Davis. Io sono disponibile a osservare gli orari, gli allenamenti, ma non certe cose». Il messaggio era rivolto a Mario Belardinelli, padre putativo di Adriano, uomo di altri tempi e ancorato a certi tabù e pregiudizi.

La televisione aveva portato il tennis nelle case, aveva insegnato agli italiani il punteggio e le regole del gioco e in televisione gli italiani si innamorarono di Panatta. Seguirono in bianco e nero e ancora ricordano le vittorie del ’76, a Roma e a Parigi, la Davis col Cile seguita in differita, poi a colori tutti suoi match in Davis fino all’83, anno del suo ritiro dalle scene agonistiche e la superba finale degli Internazionali al Foro contro Borg nel 1978. Ricordano bene anche le due sconfitte di Adriano, quella con Peter Szoke nel ’78 in Davis e l’altra con Pat DuPre l’anno successivo a Wimbledon. Se con lo pseudo-cameriere magiaro (in realtà il padrone di una società che si occupava di servizi di catering) Adriano mostrò tenuta fisica e mentale lontanissima dalla sufficienza (tanto occorreva per portare a casa quel match), con l’ americano di origine belga, DuPre, affrontò la partita con sufficienza. Il match dei quarti di finale con DuPre fu servito a ora di cena nel luglio del ‘79. Il telegiornale della sera si fermò per dare spazio all’incontro di Adriano, con le finestre aperte e l’eco e la passione dell’incontro che irrompeva per le strade. Gli italiani cenarono, assistendo fiduciosi a un incontro dal pronostico favorevole che avrebbe aperto le porte alle semifinali con il bombardiere americano Roscoe Tanner (facile) e quindi la finale con sua maestà Borg (da giocare al 50 per cento). In vantaggio per 2 set a 1, l’azzurro, dopo aver dato la sensazione di poter sferrare il ko definitivo, consentì a DuPre di allungare la partita oltre la terza ora di gioco, quando non aveva più birra da versare. Ricordo che anche io vidi la partita seduto a tavola con i miei genitori e mia sorella. E come molti altri appassionati me ne andai a letto deluso e piansi, come un amante tradito. Il giorno dopo al circolo mi resi conto di non essere stato l’unico.

Ma il match più bello di Adriano gli italiani non lo hanno visto. Dopo la debacle di Budapest con Szoke, Adriano aveva smaltito tutta l’amarezza e la delusione rifugiandosi tra le mura familiari di Forte dei Marmi, quindi si era allenato con il fido Bertolucci per poi partire per il circuito americano di agosto. Il rientro era stato deludente. Subito fuori a Indianapolis, Toronto e Boston. Allora scappò a Chicago, a casa di Jim Fannin, un motivatore più che un coach a cui si erano rivolti in passato anche Chris Lewis, Phil Dent, Victor Pecci e Kim Warwick. Dopo due settimane arrivò a Flushing Meadows – che proprio quell’anno sostituiva la vecchia sede del West Side di Forest Hills – che sembrava un altro, con addosso una gran voglia di allenarsi e di far bene. Arrivò negli ottavi, dove affrontò il fighter Jimmy Connors, uno di quelli che giocava sempre in erezione agonistica. Una partita di livello tecnico e agonistico notevole, con entrambi i contendenti nella loro performance migliore. Adriano andò a servi-re nel quinto set sul 5 a 4 con palle nuove ma Jimbo gli strappò la racchetta di mano con due risposte al fulmicotone e nel tie-break sul 6 pari giocò un rovescio a una mano sola (lui che lo giocava sempre bimane) da fuori campo con 15 mila americani in visibilio. Panatta sarebbe potuto rientrare di lì a poco nei primi 10 al mondo in compagnia del nuovo coach. Ma quella collaborazione durò poco, perché mal si conciliava con il carattere autonomo di Adriano.

Le sue vittorie come le sue sconfitte non erano asettiche e scontate. Non nascevano e morivano su un rosso rettangolo di gioco, ma andavano oltre. Intrise di storie, passioni e retroscena e cariche di umanità, quella vera, genuina e popolare. E come in un romanzo popolare l’eroe non appariva invincibile sempre. Tanto geniale quanto imperfetto, spesso incostante ma di talento. La gente lo amava per questo. Anzi era il più amato. E quelli che hanno seguito, pàrdon vissuto, le sue gesta, con-tinuano a farlo. Abituandoci, ahinoi, a vivere di ricordi.

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