intervista di Federico Mariani - 17 ottobre 2019

Che fine hanno fatto? Mosé Navarra

Grande talento mancino, da giocatore non ha raggiunto i traguardi sperati. Ora ha messo la sua esperienza al servizio delle nostre giovani promesse come tecnico della Federazione Italiana Tennis

Qualche highlight e un bel po’ di attese non rispettate appieno. Mosé Navarra sarà ricordato soprattutto per quello che avrebbe potuto fare, ancor prima che per i traguardi raggiunti. Mancino, dotato di grande talento, non ha mai dato sèguito al terzo turno raggiunto a Wimbledon nel 1996 quando, partendo dalle qualificazioni, si presentò al grande tennis non ancora ventiduenne. Il ritiro, giunto piuttosto precocemente a 29 anni, è stata una decisione affrettata, per sua stessa ammissione. Decisamente più intenso il suo post carriera: l'amore per l'India (e soprattutto per una modella indiana) gli ha permesso di trovare lavoro per la loro Federazione, grazie anche all'amicizia che lo legava a Mahesh Bhupathi; tornato in Italia nel 2008, oggi Navarra lavora per 35 settimane l’anno come tecnico per la nostra federazione. Di lui, oltre a quell’edizione dei Championships, si ricorda uno sciagurato match di doppio in Coppa Davis al Foro Italico contro la Croazia di Ivan Ljubicic e Goran Ivanisevic, quando accarezzò l’impresa, prima di gettarla via con una coppia di doppi falli che ancora gli disturbano il sonno.

Il ritiro lo hai vissuto con dispiacere o sollievo?
È stata solo una conseguenza della situazione: avevo dei problemi fisici, mi ero sposato con una ragazza indiana e, per trovare più stabilità e viaggiare meno, ho preso quella decisione, forse un po’ affrettata. Avevo solo 29 anni e avrei potuto andare avanti ancora qualche anno.

Ti sei pentito?
Sì, perché magari non ho avuto la pazienza di provarci, di rimettermi a posto, di prendere un’altra strada e magari dedicarmi solo al doppio come hanno fatto altri giocatori, con risultati importanti.

Cosa hai fatto immediatamente dopo il ritiro?
Nel 2003 ho iniziato ad allenare Bhupathi e Mirnyi e per due anni sono rimasti con loro. Ho iniziato tre mesi dopo il ritiro e, continuando a frequentare costantemente il circuito, mi resi conto che in doppio avrei potuto giocare ancora ad altissimi livelli.

Il tennis obbliga a viaggiare tanto, ma è più complicato da giocatore o coach?
È diverso come lo vivi. Da giocatore pensi solo ai match e la tua attività assorbe quasi tutte le energie mentali. Da allenatore pensi a 360 gradi, alla preparazione, all’organizzazione e alla gestione dell’intera giornata. Cambia l’approccio al viaggio.

Quanto è cambiato il circuito di doppio rispetto a quando giocavi?
Ai miei tempi, ai tornei di doppio partecipavano anche molti singolaristi perché i ritmi erano diversi e il calendario meno fitto di impegni rispetto all'attuale. Quindi, per alcuni versi era molto più difficile prima. Ora ci sono più tornei, ma anche più gente che ci prova. Il tennis è diventato molto più fisico e, soprattutto, più professionale: si curano aspetti che prima erano quasi totalmente trascurati come la prevenzione degli infortuni o l’alimentazione. Oggi tutti hanno un team al seguito, prima quelli che potevano permetterselo erano delle mosche bianche.

E dopo aver allenato Bhupathi e Mirnyi, che strada hai intrapreso?
Nel 2005 ho preso una pausa dal circuito pro e Bob Brett mi chiese di dargli una mano nell'accademia che aveva in Liguria e, seppur per soli sei mesi, ho imparato molto da quell’esperienza. Poi, nel 2006, la Federazione indiana mi chiese di diventare direttore tecnico del settore giovanile. In India non c’erano grandi fondi a disposizione ma entrò in scena il signor Mittal, magnate dell’acciaio. Aveva stanziato cifre importanti per aiutare gli sport che poi sarebbero andati alle Olimpiadi di Pechino 2008 e scegliemmo dodici ragazzini da far crescere. Lavorai due anni su questo progetto, prima di avere nostalgia di casa e decidere di tornare in Italia. Era il 2008 e mi trasferii in pianta stabile all'EuroSporting di Cordenons, provincia di Pordenone, un centro di primissimo livello.

Quanto tempo hai vissuto in India?
Dal 1999 fino al 2007 ci andavo spessissimo, alcuni anni ho vissuto interamente laggiù, essendo anche sposato con una donna indiana.

Come si vive il tennis in India?
In maniera completamente diversa dalla nostra, inteso come cultura europea. Le strutture sono quasi inesistenti, la preparazione atletica non sapevano nemmeno cosa fosse. Però hanno sempre mostrato una grande disponibilità, tanta passione e soprattutto un’enorme disciplina e rispetto.

Oggi di cosa ti occupi?
Lavoro per la Federazione italiana e dal 2011 è un impegno in continuo crescendo. Fino al 2016 mi sono occupato degli juniores, quindi ho avuto la fortuna di veder passare tutti i nostri migliori ragazzi: Matteo Berrettini, Gianluigi Quinzi, Stefano Napolitano, Matteo Donati, sono tutti passati sotto di me.

Come spieghi che in questo periodo c’è una tale disparità tra i risultati che il nostro tennis sta conquistando in campo maschile rispetto a quello femminile dopo che per anni è accaduto l'esatto opposto?
Non so dare una motivazione. La Federazione lavora in modo uguale sia coi ragazzi sia con le ragazze, quindi non me lo spiego. Probabilmente è perché in un determinato momento sono nati talenti maschi, mentre non nasce una ragazza che possa fare la differenza.

Molti ti ricordano per quell'episodio accaduto nel match di Coppa Davis del 2001 contro la Croazia al Foro Italico quando hai mimato il gesto dei soldi rivolgendoti a Binaghi.
È la prima domanda che mi hanno fatto una volta arrivato in conferenza stampa e sono caduto dalla sedia. Io e Giorgio Galimberti eravamo avanti di due set e 5-2 al tie-break del terzo contro Ivanisevic e Ljubicic sul Centrale di Roma. In quel momento ero dalla parte dove era seduto il presidente Binaghi e l’ho visto molto teso così, per scaricare anche la mia di tensione, gli ho mimato il segno della paura, non dei soldi. Era come dire: 'Te la stai facendo sotto, eh!'. E tutti quelli che hanno visto il gesto, hanno frainteso.

Ci racconti cosa successe dopo?
Sul 5-4 me la sono fatta sotto io, commettendo due doppi falli di fila. Nel primo caso, sbagliata la prima di servizio, sapevo che Ivanisevic si sarebbe girato per rispondere col dritto e sono andato esterno: la palla è uscita di mezzo dito. Poi, su Ljubicic volevo servirgli in kick entrambe le volte sul dritto: la seconda ha preso il nastro, che ha trascinato la palla fuori. Quei due doppi falli me li porto ancora dietro.

Perché tanti hanno i avrebbe potuto ipotizzare il gesto dei soldi?
Non lo so, anche perché prima di andare a giocare in Davis, il cachet dei giocatori è già pattuito, quindi non c’è niente da dover chiedere dopo la partita. Noi sapevamo quant’era il gettone di partecipazione e quanto, invece, avremmo incassato in caso di vittoria. E comunque io sono uno di quelli che in Nazionale avrebbe sempre giocato, anche gratis.

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