L’INTERVISTA – Nato a Napoli e cresciuto a Barcellona, Lorenzo Giustino è il volto nuovo del tennis italiano. Sergi Bruguera punta su di lui, viaggia da solo ed è ad un passo dai top-200. 
Da quando si allena da Sergi Bruguera, Lorenzo Giustino ha scalato 600 posizioni nel ranking ATP (Servizio fotografico di Antonio Milesi)

Di Riccardo Bisti – 19 febbraio 2014

 
Il titolo sembrava pronto. “Il Nuovo Scugnizzo” era l'input giusto per parlare di Lorenzo Giustino, ultimo figlio della Napoli tennistica dopo Diego Nargiso e Rita Grande. Ma poi scopri che Vesuvio, Fuorigrotta e Villa Comunale sono stati solo una piccola parte della sua crescita. Tanti anni fa, i genitori di Lorenzo decisero che i figli meritavano un futuro migliore, o almeno con più possibilità. E così si sono spostati a Barcellona. Il fratello Geri si è dedicato alla medicina, mentre lui ha continuato con il tennis. Passione travolgente, simpatia contagiosa, sorriso sempre pronto, Lorenzo è un italiano di Spagna. Di Napoli, a parte il cuore, non gli è rimasto granchè, tanto che Luis Bruguera (si, proprio il papà di Sergi) gli ha chiesto di giocare per la Spagna. Ma il tricolore è ancora ben saldo accanto al suo nome, anche se il suo tennis ricorda quello di Juan Carlos Ferrero. Giustino è cresciuto nel segno di una mentalità basata sul lavoro, sul duro lavoro. L’estro partenopeo si vede nel sorriso e nella simpatia, ma è un prodotto della Catalogna. Un mix che può arrivare lontano. Conosciamolo meglio.
 
Lorenzo Giustino, ranking in crescita ma nome quasi sconosciuto. Anche a livello junior non ci sono tracce di te…

E’ vero, non ho praticamente svolto attività internazionale giovanile. Mi sono trasferito in Spagna all’età di 7 anni insieme alla mia famiglia. Siamo andati in vacanza lì…e ci siamo rimasti. I miei genitori volevano un futuro migliore per me e mio fratello, così ci siamo spostati da Napoli per avere nuove esperienze e conoscere una lingua e una cultura diversa.
 
Quindi hai iniziato a giocare in Spagna? Tennisticamente sei spagnolo?
Diciamo di si, anche se avevo iniziato a giocare già in Italia. Fu merito di mia mamma, grande appassionata. Il mio primo maestro fu Aldo Russo presso il Centro Tecnico di Fuorigrotta, a Napoli. In verità facevo anche sci, ma quando ci siamo trasferiti in Spagna il tennis ha preso il sopravvento. Mi piaceva tantissimo, poi in Spagna è uno sport molto importante. Così, appena arrivato, mi sono iscritto al primo club sotto casa. E lì c’erano Manolo Orantes e Pedro Mora. Dopo un po’ mi notarono, e mi chiesero di intensificare l’attività. A livello nazionale ho vinto abbastanza, sin dall’età di 10 anni. Mi sono aggiudocato sia i campionati di Spagna che quelli di Catalogna.
 
Hai giocato solo eventi spagnoli? Nessuna attività italiana?
Qualcosina si. Ho giocato i campionati nazionali under 14 e li ho vinti.
 
Adesso vivi a Barcellona. Hai ancora la famiglia a Napoli?
Si, i miei genitori vivono a Napoli, così come il resto della famiglia, ma ormai è un anno che non ci ritorno. Mio fratello giocava, ma ha scelto un cammino diverso: è un genio della medicina è adesso sta all’ospedale San Raffaele di Milano come specializzando in cardiologia interventistica. Mia madre è rimasta con noi a Barcellona fin quando avevo 16 anni, poi è tornata a casa. Mio padre, invece, ha sempre fatto avanti e indietro: lavora a Napoli.
 
Non è che la Spagna pensa di soffiarti all’Italia?
In Spagna mi hanno sempre appoggiato molto. Sai, ho vinto due campionati di Spagna, tre di Catalogna, uno d’Italia…per questo, quando avevo 12 anni, Luis Bruguera mi chiese di cambiare nazionalità e diventare spagnolo. Ancora oggi, dopo tanto tempo, continua ad appoggiarmi. Penso che creda molto in me. Nella mia carriera ho avuto un sacco di difficoltà (economiche ma non solo) che mi hanno rallentato. Per questo, sto uscendo solo adesso. Forse avrei potuto uscire a 18-20 anni, ma sono contento del mio cammino. Ho imparato un sacco di cose, non guardo mai indietro e sono contentissimo della mia vita.
 
Ti alleni all’Accademia di Sergi e Luis Bruguera. Com’è l’ambiente?
Sono arrivato due anni fa, da numero 800 ATP, mentre oggi sono a ridosso dei top-200. L’ambiente è ottimo: l’accademia non è proprio a Barcellona, ma in una città nei paraggi (Santa Coloma de Cervellò, ndr). Ci sono molti campi, la gente lavora con passione e possiede la giusta esperienza. C'è gente che ci lavora da 15 anni. Hanno la mentalità spagnola, quella secondo cui il lavoro paga. Appena entri in campo, ti fanno lavorare a dovere. E se non lo fai…ti danno addosso. Per fortuna, quando sono arrivato avevo già tantissima voglia di fare. Tieni conto che a 20 anni ero numero 800 ATP: una schifezza. Volevo togliermi al più presto da quella situazione. Il mio primo allenatore in accademia è stato Ricard Ros, che mi ha seguito moltissimo e mi ha condotto alle prime vittorie futures. Poi sono stato notato da Sergi Bruguera, che ha detto: “Ehi, questo ragazzo non è niente male…” e ha iniziato ad allenarmi sporadicamente quando era in accademia. Dopodichè, all’inizio dell’anno scorso, ha deciso di allenarmi in prima persona. Ha deciso di fare un contratto con me e di dare tutto se stesso in questo progetto. Mi ha dato eccezionali attestati di stima…e così adesso lavoro con lui.
 
Però adesso è arrivato Gasquet…
C’è anche Richard, si. Ovviamente lui segue Gasquet, ma quando è all’accademia mi alleno con lui, e quando mi capita di andare a un torneo ATP, stiamo tutti nello stesso gruppo.
 
Chi ti segue in giro per il mondo?
Tutti gli allenatori dell’accademia. Non ce n’è uno fisso, posso girare con chiunque, tanto li conosco tutti. Nel team ce ne sono tre a cui sono più legato: il già citato Ricard Ros, poi l’armeno Gari Petrosyan e lo spagnolo Alberto Lopez, che fino a qualche tempo fa allenava le ragazze. Nella nostra accademia si è allenata a lungo Garbine Muguruza. E' arrivata quando aveva sei anni, è andata via poco tempo fa, da numero 60 del mondo. La seguiva lui, che anni fa era anche al fianco di Bruguera. Sono tutti bravissimi, c’è un clima al top.
 
Dici che si lavora duro: com’è la tua giornata tipo in accademia?
Mi sveglio intorno alle 7.30 e inizio incordando le racchette, perché ne rompo parecchie. Dedico spesso anche un’ora e mezza a questa attività. Le incordo da solo. Poi faccio una colazione di un’ora, perché preparo tutte le cose che mi serviranno per la giornata (cibo, integratori, ecc…) e arrivo in accademia verso le 9.30. Verso le 10 faccio circa 40 minuti di fisioterapia, poi riscaldamento e alle 11 si va in campo. Smetto verso le 13.20, poi faccio un pranzo leggero (anche perché mangio ogni due ore), poi torno a giocare alle 14.30 per altre due ore, dopodichè c’è la preparazione atletica fino alle 18. Poi ci sono i giorni in cui l’atletica si fa prima del tennis, ma in generale è così. Inoltre, ogni giorno dedico un’ora alla prevenzione degli infortuni. E’ una cosa su cui ci concentriamo molto. Nel tennis non bisogna farsi male: la continuità è basilare. La cosa più importante è poter scendere in campo. Se vuoi avere la possibilità di vincere, non devi farti male. Teniamo moltissimo a questo punto.
 
Conosci i giocatori italiani di punta? Che rapporto hai con loro?
Conosco Volandri, è simpaticissimo. Ci conosciamo bene, scherziamo….poi di recente ho conosciuto Fognini a Chennai e all’Australian Open. Abbiamo anche fatto il Capodanno insieme. E’ un ragazzo simpatico, ma non ho particolari rapporti.
 
Ci spieghi come mai sta giocando tutti questi tornei sul veloce? Lo fai per completarti tecnicamente oppure perché ritieni che sia la tua migliore superficie?
Sinceramente, per il mio stle di gioco, penso di poter giocare bene sia sulla terra che sul cemento. Tuttavia, lo facciamo per migliorare sul veloce. Mi spego: per prendere confidenza con la tecnica, la tattica e acquistare fiducia, ho giocato molto sulla terra perché la palla arriva più lenta, puoi colpire di più, se sbagli c’è la possibilità di recuperare. Se lo fai sul veloce, l’avversario ti tira un vincente. I miei coach hanno voluto farmi crescere tecnicamente sulla terra perché è più semplice e ci sono più chance di correre, lottare e colpire. Adesso ci concentriamo sul cemento perché i campi rapidi mi hanno fatto crescere su un mucchio di cose. Sono convinto che quando tornerò sulla terra giocherò ancora meglio.
 
 

Hai qualche contatto con la federazione italiana? Ti conoscono, ti supportano in qualche modo?
Nessun contatto. Conosco Renzo Furlan, sono andato qualche volta a Tirrenia quando avevo 14 anni, ma non ho contatti…se lo vedo ci salutiamo. Non ho mai avuto supporti dalla FIT. Solo quando avevo 14 anni presi un famoso bonus dopo la vittoria di un torneo. Per il resto, nessun contatto.
 
Ma quindi non ti sei mai allenato in Italia?
Si, in realtà si. Ho trascorso un periodo di circa un anno con il Blue Team di Arezzo, guidato da Umberto Rianna. Avevo 15 anni. Poi sono stato un anno e mezzo con Tomas Tenconi a Grosseto. Tutto questo molto prima di conoscere l’accademia Bruguera.
 
Che sogni avevi da bambino? E che sogni hai oggi, a 22 anni?
C’entra sempre il tennis. Mi piaceva giocare, competere, vincere, sognavo che un giorno sarei arrivato tra i migliori. Se vedevo un torneo in televisione, esclamavo di voler giocare contro questo o quel giocatore, oppure che avrei voluto giocare quel torneo. Quando ero piccolo seguivo tanto tennis: appena lo trasmettevano in TV lo guardavo, non importava se ci fosse Federer o il numero 800 del mondo. Per me sono tutti bravissimi. Se infatti mi chiedete se ho un idolo io dico di no: ai miei occhi, sono tutti dei grandi. Chi gioca i challenger e i futures si impegna, si allena, ci mette del suo…sono veramente dei grandi. E il fatto che non abbiano grossi riconoscimenti non mi interessa. Altri sogni? Vorrei migliorare come persona. Ogni mattina vorrei avere la consapevolezza di essere migliorato un po’, non solo come tennista. Nel tennis vorrei andare più avanti possibile…magari superare Sergi! (e via una bella risata, ndr)
 
Soldi: sei riuscito a mettere via qualcosa o hai speso più di quanto hai guadagnato?
Proprio zero! Spendiamo tantissimo, sono ancora in negativo…chissà se li recupererò mai. Per recuperare tutti i soldi che ho speso, dovrei diventare numero 20 ATP….
 
Quanto cosa una stagione?
Tanto. Dipende dalla presenza o meno dell’allenatore. Io non ho soldi per potermi permettere la presenza dell’allenatore ai tornei, quindi giro da solo. A Bergamo c’era un coach, ma in realtà è l’allenatore di Marsel Ilhan. Essendo un coach dell’Accademia, segue anche me. Per il resto, viaggio da solo. Se ti porti l’allenatore in giro, puoi spendere anche più di 100.000 euro.
 
Se oggi incontrassi il Lorenzo Giustino 15enne, cosa gli consiglieresti? Gli diresti di andare avanti col tennis o di lasciar perdere?
Onestamente non cambierei nulla del passato. Se avessi cambiato qualcosa, magari adesso non starei rilasciando questa intervista, magari ero più avanti, magari avrei sbattuto con la macchina contro un albero, chi lo sa? La verità è che vedo tutto perfetto. Tutti gli errori, tutti gli ostacoli, tutti i fallimenti, penso che siano stati passaggi necessari per arrivare al presente. Non ho nessun rimpianto e sono felicissimo così.