Nick Kyrgios divide gli appassionati tra chi lo accusa di scarso rispetto per il gioco e gli avversari e chi lo adora per il suo talento e lo spettacolo che sa mettere in atto a ogni match. Personalità indubbiamente affascinante, paga quel retrogusto di autenticità che hanno i suoi comportamenti e le sue dichiarazioniLa scena è familiare a tutti – o almeno, a tutti i lettori di questa rivista. A qualche minuto dalla fine dell’ora, i due o i quattro che hanno prenotato dopo di voi arrivano a bordo campo chiacchierando a voce più alta del tollerabile – quando non entrano e cominciano a spostare la vostra roba dalla panchina, lasciando intendere che di lì a pochissimo non avrete più il diritto di utilizzarla. Ora, sulla base dell’esperienza personale sono sicuro che chiunque di voi sia stato assalito da una serie di suggerimenti creativi da fornire agli invasori, circa l’utilizzo del tempo che mancava alla campanella. Ma lo sono altrettanto che vi sarete astenuti dal fornirglieli. Il che porta a concludere che il giovane McEnroe questa rivista non l’aprisse così spesso – o una mattina di molti anni fa, al Queen’s, non avrebbe proposto a una signora dalla messa in piega piuttosto minacciosa, e a dir poco decisa a entrare in campo dopo di lui, di utilizzare la racchetta che aveva in mano come – be’ sì, come un sex toy. L’aspetto interessante di questa celeberrima scheggia della leggenda di Mac tuttavia non è l’episodio in sé, e neppure il suo altrettanto noto epilogo – essendo la signora moglie del presidente del circolo, Superbrat si vide interdire anche solo l’accesso al circolo per un paio di decenni. No, quello che in realtà colpisce è che un eccesso di – diciamolo – pura villania come questo venga tramandato da due generazioni come un esempio di fulgida iconoclastia, mentre gesti infinitamente più innocui – anche solo un’occhiataccia alle tribune – sono fatti oggetto di un’esecrazione pressoché unanime se commessi dall’unico, vero erede dei grandi maverick anni Settanta e Ottanta, e cioè Nick Kyrgios.
Il copione si ripete con minime varianti ormai da anni, ma ad Acapulco, nella prima settimana di marzo, ne è stata data forse per la prima volta una lettura integrale. È cominciato tutto prima ancora del torneo, quando Nick è stato paparazzato mentre si dedicava a una delle sue passioni neanche tanto collaterali, il surf. Sarebbero stati rigorosamente affari suoi, ma media tradizionali e social hanno fatto massa più o meno critica, sentenziando che un vero campione non si comporta così. Sarà. Non fosse che una volta sceso in campo il falso campione ha messo in riga, nell’ordine, Seppi, Wawrinka, Nadal, Isner e Zverev. E lo ha fatto alternando i soliti siparietti a un tennis non newtoniano, se non direttamente quantistico: rispondere da fuori campo a uno spaventoso cross stretto di Nadal con un chop ancora più stretto a cinque centimetri dalla rete, era qualcosa che forse lo stesso Nadal non aveva mai visto, almeno a giudicare dalla sua espressione (e quanto a un certo drop shot in controtempo al volo, colpito in salto a tre metri d’altezza, quello non lo aveva visto proprio nessuno). Solo che del tennis di Nick non si è quasi parlato, mentre chiunque ha ritenuto di dover dire la sua sull’inevitabile avanspettacolo che lo accompagna.
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Ma davvero, perché? D’accordo, all’inizio del match con Nadal, Kyrgios ha esibito una serie di acciacchi quasi sicuramente immaginari. Non è carino, non è sportivo e non andrebbe fatto, ma se proprio volessimo stilare una classifica delle vittime di guai fisici miracolosamente risanati dal punteggio dovremmo ricordarci di mettere ai primi posti due cocchi di pubblico e critica come Murray e Monfils – per tacere di Fognini e soprattutto di Nole, del quale a inizio carriera un Roger con la lingua non ancora impastoiata dai vincoli contrattuali disse, gli fanno male parti del corpo che non sapevo esistessero. E allora? E allora va bene, a circa metà match Kyrgios ha servito dal basso, un espediente poco grazioso in sé, e decisamente offensivo se usato contro un mostro sacro noto per rispondere da quattro o cinque metri oltre la linea di fondo. Peccato solo che lo scherzetto abbia una storia piuttosto lunga, e che per averlo giocato a Ivan Lendl in un ottavo di finale al Roland Garros di moltissimi anni fa, Michael Chang si sia guadagnato un posto nella memoria collettiva del tennis, dove se siamo sinceri non era propriamente destinato a restare. Eppure, mentre ancora oggi a ogni inquadratura di ogni telecronaca Michelino viene ricordato per quella furbata, a Kyrgios il medesimo trucchetto è valso un rimprovero pubblico di Nadal, che dal punto di vista del comportamento è il ragazzo forse più leale e corretto del circuito. In conferenza stampa dopo la sconfitta, Rafa ha infatti detto, senza avere affatto l’aria di scherzare, che Kyrgios è molto forte, ma non ha rispetto né per il pubblico, né per l’avversario, né per se stesso. Il che peraltro è così evidente da non richiedere ulteriori spiegazioni, anche se chi ne andasse in cerca può sempre aprire il profilo Instagram di Nick, dove sotto una foto di Nadal ad Acapulco, non nel più radioso degli umori, si legge: «Ogni volta che mi trovo davanti questo qui [sic] sento l’odore del sangue»; e sotto, a commento di una stretta di mano con Federer di qualche tempo fa: «Due Maestà del tennis si riconoscono a vicenda».
Forse ci siamo. Il rispetto nel tennis ha preso il posto dell’ormai arcaico fair play, che però aveva un vantaggio: si praticava sempre, ma si nominava molto di rado. Oggi della parola «rispetto» si fa un tale abuso che ormai le conferenze stampa, per tacere delle cerimonie di premiazione, sembrano scene tagliate del Padrino. Il che è piuttosto stucchevole a sentirsi, ma soprattutto suona irritantemente falso. I tennisti non si rispettano. Si invidiano, si temono, quasi sempre si detestano. Magari si ammirano, e applaudono le prodezze dell’avversario – Kyrgios lo fa più spesso di tutti, fra l’altro –, ma ognuno pensa di essere il più forte in assoluto, e considera i colleghi degli intrusi nel suo tabellone, di cui sbarazzarsi al più presto. Se non lo pensasse, del resto, avrebbe qualche problema a giocarci contro a settimane alterne. È insomma probabile che Nick, ostentando di non rispettare niente e soprattutto nessuno, strappi la maschera cui il tennis è più affezionato, quindi ne paghi il prezzo. Ma il disagio che ispira ha forse una ragione ancora più profonda, o più sottile. E per capirla la via più breve è tornare a Mac. A guardarle bene, le sue sceneggiate avevano un fondo consolatorio, se non gratificante. In sostanza, esprimevano quello che sente, in campo, ogni tennista di ogni ordine e grado: il gioco è splendido, soprattutto il mio, ma non riesco a esprimerlo per colpa del verme al di là della rete, che gioca uno schifo, o di quello *** del giudice di sedia, che ce l’ha con me, o di quell’autobus che passa in continuazione, e mi distrae. Tutto piuttosto ridicolo, naturalmente, ma benvenuti nella mente del tennista, che di ridicolo – non percepito come tale – si alimenta. Dando in escandescenze, buttando apertamente via una partita, e spesso anche parlando coi media, Nick dice invece qualcosa di completamente diverso: il gioco è redditizio, specie per un fenomeno come me, e può anche essere divertente, nella finale di un 1000 contro un Top Ten davanti a quindicimila spettatori: ma quando stenti nel primo turno di un 250 contro il 136 al mondo, per la gioia di 136 paganti, il meno che puoi chiederti è perché mai tu abbia deciso di buttar via la tua vita in un modo così squallido, e anche deprimente.
Non sono idee che il mondo del tennis gradisca più di tanto, anche per via del loro spiacevole retrogusto di autentico. Eppure, Nick è un caso molto diverso da quello degli altri due esponenti della strana generazione perduta del tennis australiano cui appartiene, cioè Tomic e Kokkinakis. In realtà, rispetto a loro, Nick rivendica qualcosa di, volendo, anche nobile, cioè lo stesso diritto dei suoi illustri predecessori – da Tilden a Nastase – a vivere e impostare il gioco, prima di tutto come uno spettacolo. Di cui essere sempre il primattore, con gli altri nel ruolo di spalla, ovvio. In effetti, quando gioca come ad Acapulco, Kyrgios sembra davvero a un passo da poter dettare le sue condizioni a chi lo guarda, e lo giudica. Ma per quelli della sua schiatta, date le aspettative di cui sopra, mantenere concentrazione e livello è particolarmente difficile. Quasi quanto essere accettati.

A diciott’anni, quando era già un wonder boy, ma ancora non aveva vinto niente, Mac – sempre lui – giocò un torneo al KLTK, il tennis club di Stoccolma fondato da quel fanatico di Gustavo II e unanimemente considerato uno dei circoli più belli al mondo. Se ne innamorò e riuscendo per una volta a simulare un comportamento quasi impeccabile chiese al presidente come si facesse a diventare soci – ricevendo in risposta un teaser di quella crudeltà mentale squisitamente nordica che di lì a poco avrebbe conosciuto, in campo, da una distanza molto ravvicinata.
«The easiest way – gli rispose infatti il mammasantissima – is to win Wimbledon».
Ecco, temo valga anche per Kyrgios, che di questa scenetta temo non sappia nulla e forse bisognerebbe raccontargliela.
Matteo Codignola è editor di Adelphi. In libreria trovate il suo ultimo (bellissimo) libro: Vite brevi di tennisti eminenti