Tra i più brillanti nei primi due turni c'è stato Jo Wilfried Tsonga. La sua carriera iniziò proprio a Melbourne, nove anni fa, quando giunse in finale contro Djokovic. Oggi è maturo, diventerà padre ad aprile, ma continua a vivere il tennis come un match di pugilato, e sogna di firmare qualche altro KO. “Mio padre voleva chiamarmi Ray Sugar…”.

Sembra ieri, eppure sono passati nove anni da quando il tennis ha trovato il suo Cassius Clay. Era il 2008 quando Jo Wilfried Tsonga esplose in tutta la sua esuberanza, nonché somiglianza fisica con il mitico Muhammad Alì. Battè Andy Murray e demolì Rafa Nadal prima di perdere contro Novak Djokovic. Fu il primo dei dodici Slam vinti dal serbo, mentre per Jo è rimasta l'unica finale. Ha giocato diverse semifinali, ma la concorrenza – semplicemente – era troppo forte per lui. Eppure, un tennista che ha chiuso per sei volte la stagione tra i top-10 non può accontentarsi di tanti piazzamenti, peraltro ottimi. Ad esempio, è arrivato nei quarti negli ultimi due Slam. A Melbourne punta a qualcosa di più. Si è presentato bene, con le facili vittorie su Thiago Monteiro (con annesso un set di distrazione), poi un ottimo 6-2 6-2 6-3 contro Dusan Lajovic. “Si, è stato un buon match, ho giocato davvero bene – ha detto – c'era molto vento, le condizioni non erano facili per entrambi. Magari non è stato il miglior match della mia vita, però sono stato molto solido”. L'asticella delle difficoltà si alzerà parecchio al prossimo turno, quando troverà il vincente tra Jack Sock (recente vincitore all'ATP di Auckland) e Karen Khachanov, ma questo Tsonga ha trasmesso buone sensazioni. “Ogni giorno è diverso, però sono fiducioso. Ho giocato bene nei primi due match e spero di mantenere questo livello”. Il 2017 sarà una stagione importante per, anche fuori dal campo. La sua compagna Noura El Shweikh lo renderà padre. Basta tirare fuori l'argomento per allargarlo in un grande sorriso. “Tocco ferro, ma dovrei essere padre ad aprile”. Il pensiero, ovviamente, corre agli altri top-player diventati genitori, e che ne hanno tratto beneficio. I casi sono tanti: Federer, Djokovic, ultimamente Murray. Quando gli hanno chiesto se ha chiacchierato con qualche tennista padre, Tsonga è rimasto sulle sue: “Non ho parlato in particolare con Andy, ma ho alcuni amici e persone intorno a me che sono genitori. Per me sarà una nuova esperienza, una nuova avventura. E' fantastico”.

“PAPA' MI VOLEVA CHIAMARE RAY SUGAR”
Per gli australiani, tuttavia, resterà sempre il sosia di Cassius Clay che nel 2008 ha emozionato a tal punto da fargli dedicare una canzone, sull'onda della mitica “Macarena”. “Qualche volta ho avuto la sensazione di salire su un ring piuttosto che su un campo da tennis – racconta Tsonga – anche in Australia, quando ho battuto Nadal. O magari in Coppa Davis. Nel tennis non c'è il contatto fisico, ma sotto certi aspetti assomiglia un po' alla boxe. Un ace, per esempio, è come mettere a segno un montante”. Naturalmente gli è anche capitato di finire KO: “L'ultima volta allo Us Open, contro Djokovic. Mi ha davvero “picchiato”, non vedevo via d'uscita”. Il rapporto con il pugilato era nel destino di Jo, ancora prima che arrivasse la somiglianza con Alì. Il padre era talmente appassionato che voleva chiamarlo Sugar Ray, in onore a Sugar Ray Leonard. “Però mia madre ha posto il veto, anche sul pugilato da praticare. Mio padre avrebbe voluto, era un vero fanatico. Nel 1974, quando viveva ancora in Congo, ha saltato la scuola per assistere al mitico Alì-Foreman a Kinshasa”. Dall'alto dei suoi 93 chili, Tsonga sarebbe un peso massimo (la categoria inizia a 90,7), ma è un ragazzo tranquillo e pacifico. Difficilmente si arrabbia con qualcuno, figurarsi con i colleghi. Oddio, uno ci sarebbe stato…”Se mi provocano, cerco di essere al di sopra di queste cose. Però una volta mi sono arrabbiato: 2013, quarti di Coppa Davis contro l'Argentina. Durante il doppio, David Nalbandian aveva una palla facile e avrebbe potuto tirarla dove avrebbe voluto, invece ha tirato con tutta la sua forza addosso a Llodra, prendendolo sul fondoschiena e lasciandogli un segno molto vistoso. Io ero in panchina, a quel punto tutti i membri del team argentino sono venuti da me a chiedermi scusa. Mi aveva fatto impazzire”. Oggi Nalbandian si dedica al rally, mentre Jo è ancora in pista. E sogna di mettere KO ancora qualche top-player, per rivivere le emozioni di nove anni fa. Se ce l'ha fatta una volta, pensa lui, non ci sono motivi per non riuscirci di nuovo.