L'incredibile vicenda di Francesca Schiavone: figlia di un dipendente ATM, cresciuta nei casermoni di via Francesco Cilea a Milano, nel quartiere Gallaratese, è diventata la prima italiana a vincere un torneo del Grande Slam. In barba a chi le dava della matta, o magari dell'esaltata.

Ci voleva una pazza scatenata per regalare all'Italia un torneo del Grande Slam. C'è una teoria, basata su dati e statistiche, secondo cui un campione nasce quasi sempre in un ambiente che ne ha favorisce lo sviluppo. Insomma, per diventare un campione di tennis devi provenire da una famiglia di tennisti, o al massimo di sportivi. Ma poi ci sono quei casi un po' strani, schegge impazzite che cambiano l'ordine delle cose. Il signor Francesco Schiavone, figlio di un immigrato proveniente da Manocalzati, nei pressi di Avellino, lavorava presso l'ATM, l'azienda del trasporto pubblico milanese, e non aveva nessun background sportivo. C'era una famiglia da mandare avanti, altro che palloni o palline. Gli Schiavone risiedevano a Milano, in Via Francesco Cilea, nel quartiere Gallaratese. Non troppo distante da San Siro, dall'Harbour Club e dal Parco Aldo Aniasi, dove centinaia di persone si ritrovano ogni giorno per correre, passeggiare, fare sport o semplicemente rilassarsi sotto un albero. Da quelle parti, più che case, ci sono casermoni. Francesca Schiavone è cresciuta in uno di questi, così simile agli hotel costruiti a Mosca in occasioni delle Olimpiadi del 1980. Quante probabilità c'erano che questo ambiente avrebbe prodotto una campionessa di tennis?
Zero virgola qualcosa.

ASCESA E PERSONALITÀ
Il 23 giugno 1980, a cavallo tra il terrore degli Anni di Piombo e l'opulenza del craxismo, simboleggiata da una Milano guidata dal sindaco Carlo Tognoli (che aveva la chiave numero 1 del mitico Vogue Club, uno dei locali glamour dell'epoca, simbolo della Milano da Bere), nasceva una bambina che ben presto avrebbe iniziato a giocare a tennis perché aveva lo sport nel sangue. Daniela Porzio (ex giocatrice di Fed Cup) le diede le prime basi, poi si spostò presso il TC Milano e poi via, verso le prime convocazioni al vecchio Centro Tecnico di Roma (dove conobbe Flavia Pennetta) e l'esordio da professionista, bagnato da una prima finale WTA ad appena 20 anni. All'epoca era allenata dal bravo Carlo Polidori, ma a Tashkent ci andò da sola. Spirito combattivo, paura di niente. Col tempo, Francesca è diventata la giocatrice e la donna che conosciamo. “Se riesco ad aprirmi, divento la persona più dolce del mondo” diceva quando le facevano notare qualche scontrosità con i giornalisti, peraltro evidenziata anche nella conferenza d'addio, tenutasi a New York, lontana da qualsiasi scenario italiano.

RITIRARSI A MODO PROPRIO
La spiegazione (“Ci pensavo da mesi, ho deciso qualche settimana fa e ho chiesto alla WTA se potevo fare una conferenza a New York”) convince a metà, anche perché oggi Francesca staziona a Miami e studia da coach, a differenza di tanti ex giocatori / giocatrici che si riciclano subito nel circuito, addirittura mentre sono ancora in attività (per informazioni, chiedere a Steve Darcis e Dmitry Tursunov). Però il suo addio stride con quelli di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, avvenuti in pompa magna, sul Campo Pietrangeli di Roma, davanti a migliaia di occhi luccicanti, preparati più o meno nei dettagli. Per sua stessa ammissione, anche se l'argomento la infastidisce un po', Francesca non ha rapporti con la FIT. Non è chiaro cosa sia successo, mentre è sotto gli occhi di tutti che lo scorso anno non le diedero la wild card per favorire Maria Sharapova (appena rientrata dalla sospensione per doping), e si presentò al Foro per una malinconica apparizione con uno sponsor. Quest'anno gliel'hanno concessa per puro caso, grazie a un cavillo regolamentare.
Vabbè.
Forse i tempi per un ritiro erano maturi da un paio d'anni, ma Francesca si è costruita il diritto di fare come voleva. “Godo nel giocare a tennis” ha detto più volte. Anche oggi, ha ammesso che non è stato semplice. “La testa mi diceva che avrei voluto continuare a giocare a tennis, ma ho preso questa decisione col cuore”. Di solito, in questi casi, funziona esattamente al contrario. Ma Francesca è fatta così, ha sempre vissuto al contrario, come le andava, vivendo di istinti e sensazioni.

FRANCESCA L'APRIPISTA
Impossibile capire cosa le passasse per la testa, o prevedere un suo comportamento. Per esempio, qualcuno avrebbe mai detto che avrebbe trascorso la mattina successiva al titolo a Parigi… a scrivere? Una raccolta di pensieri che sono rimasti privati ma, chissà, magari sarebbero stati migliori rispetto ai (non indimenticabili) versi pubblicati anni fa da Guillermo Vilas. Sul campo da tennis, Francesca non ha mai finto. Il suo stile di gioco rappresentava esattamente la sua personalità. Talento mischiato a voglia di lavorare, desiderio di superare oggettivi limiti fisici (di altezza, di cilindrata, anche di tenuta mentale). Risultato? Un mischione indecifrabile per le avversarie, anche per le compagne. Da ragazzina, Francesca era quella che restava in discoteca fino alle 3 e poi alle 9 era la prima a entrare in campo. Sul campo era quella che palleggiava per 50 colpi e nel punto dopo faceva chip and charge. La rivoluzione è scattata nell'autunno 2009, quando – archiviata la lunga parentesi con Daniel Panajotti – si è trovata a lavorare al Centro FIT di Tirrenia, sotto la guida di Renzo Furlan. L'ex top-20 ATP ha sempre minimizzato il suo apporto, o almeno non l'ha enfatizzato. Ma la verità è che ha siringato di ordine l'esuberanza tecnico-tattica di Francesca, portandola al top nelle due magiche settimane del 2010. Lei è stata intelligente a recepire i messaggi e a metterli in pratica, giocando un torneo fantastico che l'ha fatta diventare, in eterno, Nostra Signora del Grande Slam. Cinque anni dopo ci sarebbe stata la finale Pennetta-Vinci, in mezzo i clamorosi risultati di Sara Errani, ma l'apripista è stata lei. Pazza, nel senso più positivo del termine. Per oltre 15 anni ci ha fatto divertire, ci ha fatto disperare, ci ha fatto emozionare. Ci ha saputo sorprendere fino a quando le sue gambe nervose hanno avuto benzina. Per questo, non smetteremo mai di ringraziarla.