Il capitano della Francia torna sulla spaccatura tra Benoit Paire e il resto della squadra. “L'anno scorso non aveva compreso lo spirito olimpico, e la Davis ha molto in comune con le Olimpiadi. Ho parlato col suo coach, mi aspetto che mi dimostri di voler giocare la finale”. Benoit avrà voglia di mettersi in gioco?

Alla terza esperienza come capitano di Coppa Davis, Yannick Noah ha portato la Francia in finale. L'anno scorso i galletti si erano inceppati in semifinale, contro la Croazia di Marin Cilic. Nel 2017 hanno giocato un match di media difficoltà in Giappone, dopodiché hanno sfruttato il fattore campo contro la Gran Bretagna (priva di Andy Murray) e la Serbia (senza Novak Djokovic). Fallire l'assalto alla finale, dunque, sarebbe stato un disastro. Però le partite bisogna vincerle, e i ragazzi di Yannick lo hanno fatto. I prossimi 24-26 novembre, partiranno favoriti contro il Belgio. Lo Stade Pierre Mauroy di Lille non aspetta altro. In questi giorni, Noah si trova a Marbella per una tappa dell'ATP Champions Tour e ha rilasciato un'interessante intervista con il quotidiano spagnolo “Marca”. Trovandosi in Spagna, ha “dimenticato” alcune insinuazioni del passato e ha riempito di complimenti sia Roger Federer che, soprattutto, Rafael Nadal. “Non ci sono parole per descrivere il ritorno di Rafa. Vincere 10 volte il Roland Garros è qualcosa di incredibile”. Ma il parere di Noah è importante soprattutto per la Davis, di cui è stato eroe da giocatore e leggenda da capitano. Nei giorni scorsi, l'enorme successo della Laver Cup può aver generato qualche dubbio sul format della vecchia Insalatiera. “È un tema delicato – attacca Noah – non ho seguito molto la Laver Cup, però io amo le tradizioni e per questo sono più vicino alla Coppa Davis. È una competizione in cui non sono coinvolti soltanto i giocatori, ma le federazioni, il sistema complessivo. A Praga, i giocatori rappresentavano soltanto loro stessi. Tra 20 anni vedremo se si dirà che la Laver Cup è meglio. Il futuro della Davis è in mano ai tennisti”. Quando si parla con Yannick Noah, personaggio-cult in Francia, è difficile limitarsi al tennis. Basti pensare che le giovani generazioni lo conoscono come cantante. Molti non conoscevano neanche il suo passato con la racchetta. Yannick ha dunque parlato di suo figlio Joakim, sospeso per doping (“Mi ha chiamato lui per dirmelo: che delusione, non l'avrei mai immaginato. Si è fidato della persona sbagliata e deve pagare”), nonché del caso più scottante del momento in Francia: il litigio tra Cavani e Neymar per tirare un calcio di rigore (“L'unica cosa che voglio sapere è che dopo la partita siano andati a bere una birra”).

FARE IL CAPITANO IN FRANCIA
Tuttavia, dopo le dichiarazioni di Benoit Paire durante il torneo ATP di Metz, è inevitabile discutere della formazione che la Francia presenterà a Lille. “La verità è che abbiamo 6-7 giocatori. La mia idea è che le settimane precedenti alla finale siano una specie di simulazione e i ragazzi mi dimostrino che vogliono giocare la finale. Benoit ha vinto un paio di buone partite, ma non posso cambiare la squadra ogni volta che un giocatore vince due partite”. Una risposta un po' tranciante, che ha convinto il giornalista di Marca ad approfondire, chiedendogli qualche dettaglio in più sul rapporto personale con Paire. “Molti si aspettano che gli mandi un messaggio – ammette – ma guardate che me lo aspetto anch'io. Non dipende dai messaggi, ma dallo spirito. Benoit viene da un percorso difficile. L'anno scorso, alle Olimpiadi, non credo che abbia capito lo spirito della competizione. E la Davis ha molti punti in comune con le Olimpiadi. Non rappresenti te stesso, ma una squadra. Rappresenti il Paese. Personalmente scenderei in campo nudo. Ho parlato a lungo con il suo allenatore Thierry Champion, e mi piacerebbe rendermi conto che Benoit vuole giocare la finale. Fare il capitano di Coppa Davis in Francia non è come in Spagna, dove basta che venga Nadal. Se viene Rafa, vince tre partite e l'unica cosa da fare e passargli l'acqua e pulirgli le scarpe”. Non è esattamente così, però il concetto è chiaro. Le parole di Noah fanno pensare che un riavvicinamento non sia semplice, ma neanche impossibile. Se le convocazioni arrivassero oggi, Paire non sarebbe convocato. Ma da qui a fine stagione mancano un po' di tornei: c'è tempo per dimostrare il proprio stato di forma, chiarirsi e magari dimostrare di avere voglia – per davvero – di giocare la finale. In quel caso, Paire riuscirebbe quantomeno a mettere in difficoltà il suo capitano. E Noah, si sa, non ha certo paura di prendere decisioni coraggiose. Le vittorie del 1991 e del 1996 insegnano.