da Bologna, Lorenzo Cazzaniga - 20 marzo 2019

MAKIWA, UNO DI NOI

Fino a 36 anni non aveva mai preso in mano una racchetta. È diventato 4.1 servendo dal basso, poi è arrivato alla soglia della seconda categoria con uno stile...ehm... personale. «Ne ho fatti impazzire tanti che si credevano migliori. Io sarò anche brutto da vedere ma vinco con quello che ho. E credo sia un bel messaggio»
1/5 Massimiliano Mandrioli, detto Maki, 50 anni, perito elettronico alla General Electric, classifica 3.1. Ha cominciato a giocare a 36 anni, ha vinto i campionati europei di doppio over 45 nel 2014 e ancora adesso batte tanti giocatori di seconda categoria. Con la sua fidata Gamma Bubba 117.

Ne ha fatti incazzare tanti, Maki Mandrioli.

«Uno era un tizio facoltoso di Bologna, bellissimo da veder giocare, stile perfetto ma anche un provocatore, un po’ stronzetto. Giochiamo contro in un torneo a Casalecchio e vinco 6-4 6-4. Mi stringe la mano infastidito e poi comincia a urlare che non poteva perdere da uno come me, che voleva fare un altro set e scommetterci sopra 500 euro. Insomma, ha cominciato a fare lo sborone. Gli ho risposto che un altro set a 500 euro lo giocavo solo con l’arbitro perché mi aveva già rubato un sacco di palle e, visto che giravo con venti euro in tasca, se aveva il bancomat potevo strisciarglielo nel… Va beh, ci siamo mandati a quel paese, poi nella doccia siamo scoppiati a ridere e adesso siamo amici. Ma sai quante volte è successo?».

Massimiliano Mandrioli, 50 anni, da trenta impiegato alla General Electric dopo gli studi da perito elettronico («I miei prof dicevano che dovevo fare psicologia: non ci avevano proprio azzeccato»), classifica 3.1. Quest’anno, in due mesi ha giocato 16 partite e battuto un 2.7 e tre 2.8; stando alle statistiche di Tennistalker, è il 29esimo miglior giocatore della sua provincia, il 168esimo della sua regione, il 1.637esimo d’Italia e addirittura il 19esimo, a limitare il ranking alla sua categoria. Un autentico mistero, dopo averlo ammirato, diciamo così, in un video diventato virale, dove lo si vede colpire un rovescio con i gomiti incollati al fianco e un dritto appena migliore, con uno strano attrezzo tra le mani. Game, set e match e l’inquadratura lo mostra mentre urla: Makiwaaa!. I commenti si sprecano tra chi ne loda lo spirito combattivo, chi gli suggerisce di prendere qualche lezione, chi pensa perfino che sia un video fake, creato ad arte. Per esserne certo, scrivo a Raffaello Barbalonga, responsabile tennis di Decatlhon Modena che ha ripreso lo scambio: «No, ti assicuro, è davvero inguardabile e col padellone da vecchi». Urge una verifica.

Lo incontro al Tennis Club Nettuno di Bologna, insieme al maestro Alessandro Ribani e Matteo Degli Esposti, un ragazzo di 22 anni, classifica 2.7. In effetti, è davvero così, bruttino da vedere, sgraziato come pochi, con un senso della coordinazione tutto suo. E la palla viaggia piano, senza peso. Per dire, quando colpisce il 2.7, sembra che improvvisamente qualcuno abbia schiacciato il pulsante dell’avanzamento veloce. Eppure lui, con questi ci gioca e spesso ci vince. «Sembra folle perché fino a 36 anni non avevo mai preso in mano una racchetta – racconta –. Da ragazzo giocavo a calcio. Ho esordito anche in Serie C, nel Crevalcore. Ero in panchina a far numero quando all’85° il terzino destro si infortuna. Vedo il mister che si guarda intorno, non trova nessun altro e mi butta dentro. Io giocavo in prima categoria e la serie C era un livello troppo alto per me. All’87°, l’ala avversaria scende sulla fascia, mi fa una finta e lo stendo senza pietà. Espulso. Non mi hanno più richiamato. Sono stato un calciatore di Serie C per due minuti».

Maki Mandrioli in azione

Poi è arrivata la General Electric con un contratto a tempo indeterminato, macchina e telefono aziendale, stipendio sicuro da multinazionale americana e il calcio è finito nel cassetto dei ricordi. Massimiliano detto Maki («Mia zia era edicolante e c’era un fumetto, ai tempi di Diabolik e Zagor, dove il protagonista era Maki il Duro, un tipo sgangherato, un po’ come sono stato etichettato io fin da piccolo. Da allora mi chiama così pure mia madre. Una volta, giocavo a Sassuolo contro un 3.1 che urlava vamos e c’mon dopo ogni punto; giochiamo uno scambio da 25 colpi e quando lo passo con uno strettino di dritto gli urlo: Maki… vaaaa!. Poi è diventato Makiwa e lo grido dopo un gran punto o il match point») ha quindi trovato sfogo nella palestra, che dalle sue parti andava di gran moda negli anni Novanta: «Sono diventato un bagaglio tanto ero grosso, squadrato, muscoloso. E ho cominciato anche a figliare: tre anni, tre figli. Il lavoro mi concedeva del tempo che dedicavo soprattutto alla famiglia; nel frattempo però, ho cominciato anche a guardare del gran tennis. Da perito elettronico mi interessavo dell’attrezzatura, lo swingweight, l’inerzia. Alle tre del mattino ero sempre sui forum con la gente che mi chiamava da tutta Italia per avere un consiglio. E io non avevo mai tirato nemmeno due palle! Giocavo benino a ping pong ma mi sentivo troppo scoordinato per il tennis. Però un giorno ho vinto la paura e sono andato a giocare contro il muro». Succede al circolo di San Giovanni in Persiceto, un piccolo comune di ventottomila anime in provincia di Bologna, famoso per aver dato i natali a Marco Belinelli, star del basket NBA: «Colpivo solo di controbalzo e la cosa ha incuriosito il maestro del circolo, Alessandro Gaiani. In realtà, la beccavo come riuscivo. Lui comunque mi mette su un campo con l’erbetta consumata dalle ore del calcetto contro un socio che diceva di essere stato C2. Era praticamente la prima partita della mia vita e quasi la porto a casa». Da quel momento è partita l’avventura, prima con i tornei Uisp, poi con quelli Fit. In un amen è diventato 4.1, servendo dal basso: «Dovevo perfino avvertire prima l’avversario, altrimenti sembrava lo prendessi in giro. Ancora adesso mi capita di essere in campo alle 8 del mattino, da solo col cesto, per migliorare il servizio che è uno dei miei colpi peggiori. E gli altri li hai visti!» aggiunge sorridendo.

Per la prima, vera impresa, Maki ha dovuto aspettare il 2014: «Il maestro Ribani mi chiede se lo accompagno a Seefeld a giocare i campionati europei over 45. Lui passa tre turni, io perdo netto al primo. Ci iscriviamo al doppio, forse ne avevo giocati cinque nella mia vita. Le indicazioni sono chiare: “Tu stai dietro e giochi solo incrociato. Non vieni mai rete, per l’amor del cielo, e quando mi vedi volare a destra, tu corri a sinistra. E viceversa”. Questi austriaci non ci capivano niente». Nella club house del circolo c’è ancora appesa la foto con la coppa dei vincitori: Maki aveva 45 anni, non sapeva colpire una volée e col resto non andava granché meglio. Però era diventato campione europeo. Ma come diavolo è possibile? Il calcio gli ha lasciato in dono due garretti da playmaker, il colpo d’occhio è notevole, l’istinto tattico innato («Io studio gli avversari e, appena ho scovato il loro punto debole, infierisco lì ogni punto. Spesso funziona»). Sputa i polmoni a ogni partita ed è uno di quelli che fanno gridare all’ingiustizia della vita che troppo spesso concede il talento ai pigri e niente agli stakanov del gioco. Il maestro Ribani ricorda la prima volta che ci ha giocato contro: «L’ho beccato al torneo di Vignola, io ero 3.1, lui 3.4. Durante il palleggio pensavo che avrei fatto molto presto. Era molto artigianale nei gesti, non gli davi una lira. Alla fine ho vinto 6-4 7-5: correva come un forsennato, mi giocava palle lunghe e senza peso. Da lì è nata l’amicizia». Maki è arrivato al limite della seconda categoria giocando una trentina di tornei all’anno, fino al 2017: «La famiglia Mandrioli ha sostenuto bene la Fit! Giochiamo tutti, tranne mia moglie. Mio figlio maggiore è 2.7 a 16 anni, l’altro è 4.2 ma è più tipo da Fortnite e Play. La più piccola invece, un giorno dice che ha bisogno di parlarci. Temiamo il peggio. “Mamma, so che la cosa non ti farà piacere ma ho deciso di mollare la danza e seguire la famiglia col tennis”. Mia moglie è quasi svenuta: ha 12 anni ed è 4.4».

Maki è un animale da competizione, confessa di non aver mai fato un cesto in vita sua e di migliorare guardando i video su YouTube. Spedirlo a un torneo è come invitare un liceale sul set di un film porno: «Senza tornei non giocherei nemmeno a tennis, non avrei stimoli. Ogni volta entro in campo sapendo che dovrò metterci tanta energia perché le lacune tecniche sono evidenti. Dopotutto, anche a calcio ero un terzinaccio. Però vinco perché lo desidero più degli altri. Non voglio perdere nemmeno a pari e dispari, anche se mia moglie mi ha calmato abbastanza. Da piccolo mi chiamavano Il giustiziere della notte perché ero anche vendicativo: se a scuola uno stronzo se la prendeva con quello più piccolo, gli dicevo di venire da me. Nel tennis è uguale: mi piace la sensazione di vincere dopo aver annullato match point, un’adrenalina che è meglio di una… Dai, ti senti un grande. E quando perdo seguo tutto il torneo per vedere cosa combina quello che mi ha battuto, se era uno forte o un cesso. Gioco tanto sulle superfici veloci, erbetta, parquet, sintetico liscio, dove la tecnica non è così fondamentale ma è più importante prenderla presto e togliere tempo all’avversario. Sulla terra faccio più fatica: per dire, contro Matteo (Degli Esposti, n.d.r.) sul rosso non faccio un game, sul veloce magari finisce 6-4. E lui è 2.7 solo perché gioca sei tornei all’anno».

I guai sono arrivati quando Maki ha perso la leadership in famiglia: «Per tre mesi non ho vinto un match contro mio figlio e lui ha cominciato a prendermi in giro tutto il giorno». Qui è entrato in gioco Barbalonga: «È venuto a vedermi contro un 3.4 che lavorava da Decathlon e che ho massacrato 6-1 6-1. Mi dice che dovevo assolutamente provare la sua Artech, ma mi sembrava simile a una Prestige, troppo difficile per me. Io giocavo con una Blade 104 ed ero diventato 3.1 con una ZLite da 255 grammi. Ho sempre privilegiato la manovrabilità per giocare d’incontro, in controbalzo, piazzando una bella smorzata o lo strettino di dritto. Allora Barbalonga mi tira fuori ‘sto padellone: Gamma Bubba 117. Gli chiedo se sta scherzando, che forse è buona per il badminton. “Fidati” mi dice e accetto la sfida di mio figlio. Vinco 7-6. Dopo una settimana mi iscrivo al torneo di Reggio Emilia e batto un 2.8 e un paio di 2.7, prima di perdere contro un 2.4. Mi fanno finire il torneo di terza dove incontro il figlio del maestro Campagnoli: vado sotto 6-0 nel tie-break, faccio quattro miracoli e mi accorgo che sta tremando. Butto lì un Makiwaaa! e porto a casa il set. Lui va in bagno e dopo un quarto d’ora non esce. Poi lo sento singhiozzare al padre: “Con quello non ci voglio più giocare”. Qualche decina di euro basta per comprarmi la Bubba usata e poi chiamo Zelindo, il responsabile di Gamma Italia, che mi fa perfino un contratto da giocatore. E mi invento anche la t-shirt: Gamma, la racchetta col punto G».
Maki è quasi diventato un testimonial perché tanti hanno seguito il suo esempio («Uno schiaffo a tutti quei 4.4 che vogliono giocare con la Wilson di Federer perché si sentono dei puristi del gioco» dice bene Barbalonga), mentre a casa è scoppiata la tennis-mania: «Guardiamo tennis tutto il giorno, però ho smesso di scrivere nei forum perché portava via troppo tempo. E poi c’è una sana competizione con mio figlio, che è l’opposto di me: lo vado a prendere a scuola vestito in un certo modo e i compagni gli dicono che sono più moderno di lui, che invece mi chiama il tamarro. Figurati che quando mi hai scritto il primo messaggio credeva me lo fossi mandato io! “Fa il commentatore in tivù, figurati se viene a intervistare te. Quando gioco contro di lui è come se fosse la finale di un torneo importante che posso sembrare uno sboroncino ma in realtà sono molto umile, so di giocare male e di vincere con le gambe e la volontà e lui non perde occasione per ricordarmelo: “Oh papà, hai male alla spalla per tirare così il rovescio?”. In tanti mi prendono in giro sul campo e questo mi carica. Insomma, se uno ti dice che non sai andare a gnocca, il massimo è rubargli la fidanzata, no? Te l’ho detto, mi chiamavano il giustiziere della notte».

Questo è Massimiliano Mandrioli detto Maki, che riprende in mano la sua fidata Bubba e si ributta sul campo per un’oretta contro un ignaro avversario che, gli tira fuori quel Paron di Nereo Rocco che inconsapevolmente vive in lui: «Che vinca il migliore? Ciò, sperem de no!».


Massimiliano Mandrioli, detto Maki, 50 anni, perito elettronico alla General Electric, classifica 3.1. Ha cominciato a giocare a 36 anni, ha vinto i campionati europei di doppio over 45 nel 2014 e ancora adesso batte tanti giocatori di seconda categoria. Con la sua fidata Gamma Bubba 117. Nell’ultima doppia pagina è con il maestro Alessandro Ribani al Tennis Club Nettuno di Bologna

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