Digiti su Google «costi del calcio» e saltano fuori studi economici e bilanci, viri su «costi del basket» e sei più o meno nello stesso mare. Poi passi a «costi del tennis» e di colpo i discorsi sul business volano via, per lasciare spazio ai costi intesi come spese. Tante, troppe. Per fortuna la nomea di sport per pochi sta svanendo, la racchetta non è più (o quasi) un mezzo per ostentare una classe sociale d’élite, e oggi a tennis ci possono giocare tutti. Ma con dei paletti ben precisi, perché i ragazzi che hanno ambizioni di professionismo devono ancora affrontare esborsi significativi. A quel livello, il tennis non è ancora uno sport per tutti. Nemmeno per tanti. La storia insegna che non esiste un singolo giocatore che prima di diventare professionista non abbia investito, tramite la famiglia o chi per loro, delle cifre molto alte, ovviamente senza garanzia di farcela. È inutile nascondersi o creare false aspettative: nel tennis c’è lavoro (inteso come guadagno) per 100-150 uomini e altrettante donne. Chi si ferma prima, si deve armare di parsimonia e buona volontà per far pari. Prendendo in esame i professionisti attuali, la LTA (la Federtennis britannica) ha stimato che nel periodo di età compreso fra i 5 e i 18 anni, le famiglie abbiano sborsato circa 300.000 mila euro per ciascuno. Fanno oltre 21.000 euro all’anno di media: si parte piano e poi si aumenta, sempre di più. Come si riesce a sopravvivere? Semplice: c’è chi può e chi no. E visto che già i potenziali fenomeni sono pochi, se c’è anche da augurarsi che siano di buona famiglia la fascia dei papabili si riduce drasticamente. Ne consegue un enorme problema nel reclutamento di giovani disposti a fare sul serio. Pensare di dare a tutti le stesse possibilità è utopistico, ma come la base dei praticanti si sta allargando in continuazione, bisognerebbe lavorare per far crescere anche quella dei potenziali professionisti del futuro. La via è più difficile, ma va almeno cercata.
Nel settembre del 2010, quando era già una top 100 da tre anni abbondanti, Sara Errani disse che non era ancora sicura di aver raggiunto il pareggio fra gli incassi e tutte le spese sostenute per arrivare fino a lì. I grandi risultati negli Slam sarebbero arrivati dopo e il sito WTA dice che oggi – tasse escluse – la romagnola ha raccolto quasi tredici milioni di dollari di prize money. Ma al tempo erano già un milione e duecentomila, a 23 anni: eppure non si poteva ancora parlare di investimento andato a buon fine. Wikipedia ricorderà in eterno la finale a Roland Garros, papà Giorgio e mamma Fulvia anche i soldi spesi per renderla pensabile, ancor prima che possibile. E chissà come sarebbe andata nei casi di Fognini e Seppi, diventati i due tennisti italiani più forti degli ultimi 40 anni, se da ragazzi non avessero avuto determinate possibilità. Fabio è nato in una famiglia con la disponibilità economica per investire e l’occhio (di papà Fulvio) per farlo nel modo giusto, mentre se Andreas ha tirato fuori il massimo delle proprie possibilità, deve ringraziare coach Massimo Sartori e Alexander Vorhauser, il pasticciere di Caldaro con la passione per il tennis, che decise di costruire un progetto top 100 e trovò le persone disposte a finanziarlo. Qualcosa che oggi risulta sempre più difficile. Per molti circoli gli introiti della scuola tennis sono l’àncora di salvezza, quindi la possibilità di investire sulle stesse scuole non c’è, e gli aiuti di mamma FIT sono destinati a un gruppo ristretto di ragazzi, che si è allargato negli anni ma sempre ristretto rimane. A tutti gli altri tocca raccogliere quel che si trova, visto che trovare qualcuno che investa sui figli degli altri è quasi impossibile.

Oggi, giusto o sbagliato che sia, già a 12 anni i ragazzi più promettenti d’Italia sono dei professionisti in miniatura, con le esigenze che ne derivano e la certezza che per arrivare bisogna investire, non risparmiare. E pazienza se buona parte di loro professionisti non lo diventeranno mai. Il tennis di vertice fa gola e ci provano in tanti, incuranti delle stime che suggerirebbero tutt’altro. È stato calcolato che attualmente frequentano i tornei internazionali del circuito pro (fra tornei ATP, WTA, Challenger, Futures e ITF) circa 14.500 giocatori, la metà dei quali non raccoglie nemmeno un dollaro di montepremi. E non è che chi incassa qualcosa se la passa meglio: in generale, secondo le stime dell’ITF il 96% (!) dei giocatori sono in passivo.

Capitolo calzature e abbigliamento: un ragazzino non arriverà ai livelli di usura delle scarpe di un Milos Raonic, che sui campi veloci ne utilizza un paio nuovo a ogni incontro, ma giocando con costanza sul cemento ne servono cinque paia all’anno, per altri 500 euro, ai quali se ne possono aggiungere 300 per i plantari su misura (che utilizzano quasi tutti) e altri 300 per l’abbigliamento. Infine, tralasciando le spese che potrebbero subentrare per affittare i campi e chiedere l’aiuto di maestri o sparring nei periodi di chiusura delle varie accademie, ci sono le spese mediche. Uno studio recente ha sfatato il falso mito secondo il quale il tennis facesse male alla schiena, ma resta comunque uno sport piuttosto usurante, e per chi lo pratica sei giorni su sette per 50 settimane all’anno, le sedute dal fisioterapista e dall’osteopata diventano una necessità, anche in un’ottica di prevenzione degli infortuni. A volte ne servono di più, altre volte di meno, ma una media di 80 euro al mese non è esagerata, per un totale che sfiora i mille euro all’anno. Calcolatrice alla mano, la somma delle varie spese da sostenere si assesta intorno ai 16.000 euro. Sedicimila! A stagione. Per un solo ragazzo. E chi di figli che vogliono giocare ad alti livelli ne ha due? O tira la monetina e ne sceglie uno solo, oppure è inevitabile che li indirizzi verso altri sport. «A una certa età, ogni settimana di torneo costa come una vacanza», ha detto qualche mese fa mamma Judy Murray. Lei ha portato due figli al top del ranking mondiale, Andy in singolare e Jamie in doppio. Hanno avuto carriere completamente diverse, ma la strada (e le spese) per arrivare lì sono state le stesse, e non è un caso che poi la madre si sia impegnata per lo sviluppo del tennis di base nella sua Scozia, per far sì che i suoi sacrifici e l’esempio dei suoi figli non morissero fra le pareti di casa.

Può essere un monito per tanti genitori: invece di vessare gli insegnanti è meglio lasciarli lavorare in pace, che magari qualche aiutino arriva più volentieri. «A Valerio dobbiamo tanto – spiega mamma Liliana – perché sta facendo moltissimo per Nadin. Al momento il futuro non mi spaventa, perché prima di tutto abbiamo il sostegno del maestro, dei club e delle persone che ci aiutano, e anche un contratto per attrezzatura e abbigliamento con Head, che ci garantisce tutto il materiale necessario, oltre ad un contribuito economico. Il modo in cui andremo avanti dipenderà anche dai risultati, ma credo che se Nadin continuerà a dimostrare di essere fra le più forti d’Italia, non sarà impossibile trovare qualche aiuto. Mi piace pensare positivo». Mamma Liliana vive da vicino la realtà dei tornei perché accompagna la figlia in tutti gli appuntamenti: provinciali, regionali, nazionali e internazionali: «Faccio da autista e quando il maestro non c’è, anche da mental coach. Tutto, a parte palleggiare! Una stagione di attività ci costa sui 10.000 euro, che diventano 15.000 con gli allenamenti. Purtroppo, non si può fare solo una delle due. Io però la vivo in maniera serena: come madre farei qualsiasi sacrificio per sostenere mia figlia in questo percorso. È quello che lei vuole».

Per sforzi non si intendono solo quelli economici, ma anche di tempo e organizzazione dell’attività quotidiana. Lo sanno bene i genitori di Federica Urgesi, marchigiana, classe 2005, lo scorso anno convocata nella nazionale under 12. «Dal punto di vista organizzativo – racconta mamma Paola – è complicato, perché anche la vita familiare va modellata in base agli impegni sportivi. Pure le ferie, per fare un esempio, vanno programmate in base al calendario dei tornei. Il tennis è uno sport individuale e, fatta eccezione per i casi in cui mia figlia si muove con la Federazione, il resto degli spostamenti vanno organizzati dalla famiglia. Anche noi adulti dobbiamo fare delle rinunce, magari saltando un bel viaggio per accompagnarla a un torneo ». Verrebbe da dire che non gliel’ha ordinato il dottore, ma non tutti, prima di iniziare col tennis, sanno bene a cosa si andrà incontro. «Sapevo – continua – che essendo uno sport individuale aveva dei costi più elevati, ma sinceramente non pensavo fossero simili . Io ho giocato a basket e mio marito a pallanuoto, con spese decisamente diverse. Per una stagione si spendono tranquillamente 10.000 euro e anche qualcosa in più». Tutti tirati fuori di tasca propria. «Il nostro circolo per il momento non ha la possibilità di contribuire: quest’anno c’è stato almeno un piccolo sponsor che ha dato a Federica una sorta di borsa di studio, che copre l’accompagnamento ai raduni federali. Siamo anche fortunati a non dover sborsare un euro per attrezzatura e abbigliamento, grazie a Wilson e Lotto, ma tutto il resto è a carico nostro e bisognerà cercare di trovare qualche aiuto». Anche perché prima di pensare di guadagnare un solo euro di montepremi, c’è davanti ancora una manciata d’anni, se tutto andrà per il verso giusto: «Questo onestamente non ci spaventa. Il tennis nella nostra vita è entrato per caso, Federica vuole giocare e noi la assecondiamo con piacere. Non esiste un vero e proprio obiettivo da raggiungere: investiamo su una attività, come nella vita si investe su varie cose, e lo facciamo volentieri. Ci costa dei sacrifici, ma sappiamo anche che questa è la fascia d’età in cui è necessario spingere in quella direzione. Poi chissà: i ragazzi crescono, magari cambiano interessi…».

Insomma, un aiuto per la scuola si trova, ma per i costi? «Qualcuno riesce a trovare degli sponsor, ma sono più amici che reali investitori. Da noi, da quando la Spal è tornata in Serie A (di calcio, dopo cinquant’anni, n.d.r.), chi ha la possibilità di investire punta su quello. Abbiamo provato anche a chiedere una mano al Comune, ma di fronte a una squadra di calcio di Serie A e a una di basket di Serie A2, per una singola ragazzina è già tanto riuscire ad avere una risposta. Ci aiuta il fatto di non dover sostenere la spesa per gli allenamenti: l’insegnante sono io e ho un accordo con la struttura che mi permette di non pagare i campi». In realtà non è proprio così semplice, visto che quando allena Giulia deve comunque pagare un maestro che la sostituisca nel club dove lavora, ma il risparmio c’è. «Per ora abbiamo speso poco, perché mia figlia non ha sostenuto chissà quale attività internazionale, ma nel tennis bisogna prendere la valigia e fare esperienza. Quindi diecimila euro all’anno se ne vanno tranquillamente e andando avanti i costi aumenteranno parecchio. Se mi spaventano? Certo. Per questo qualche soluzione andrà trovata, altrimenti c’è il rischio di dover svolgere un’attività ridotta. Ci auguriamo che Giulia possa entrare in uno dei CTP, così le spese passano quasi tutte a carico della Federazione».

«L’Italia è lunga, quindi la nascita di altri CTP sarebbe sicuramente una buona notizia perché darebbe a tanti ragazzi delle possibilità che altrimenti è difficile ottenere» dice Alessio Di Mauro, numero 68 del mondo nel 2007 e oggi maestro a Catania. Lui la strada la conosce benissimo ed è uno dei pochi ad avercela fatta, visto che i tanti soldi investiti ha trovato il modo di recuperarli. Ma per farcela ha dovuto arrivare nei top 100 e giocare una finale ATP. «Io ho avuto la fortuna di recuperare buona parte delle spese e poi di guadagnare, ma la maggior parte dei ragazzi non riesce a ripagare gli investimenti fatti, alcuni nemmeno per il 10%. Bisognerebbe trovare dei punti di appoggio per i più bravi, dove non far pagare proprio, ma mi rendo conto che è molto complicato». Altro quesito da porsi: nella costruzione di un tennista, la zona di provenienza incide? Forse, ma non nei termini che si potrebbe immaginare. Di Mauro è di Siracusa, la Sicilia non è la regione più florida in termini di giocatori prodotti ma – limitandoci al settore maschile – due top 100 ce li ha regalati: lo stesso Di Mauro e Marco Cecchinato. Vuol dire che nell’Era Open ben dodici regioni hanno fatto peggio, compresa la Lombardia che, pur con un bacino di giocatori notevolmente superiore, ha portato un solo atleta nei primi 100, Simone Colombo, numero 60 ATP negli anni 80. «Un tempo avrei detto che un ragazzo siciliano partiva a handicap – continua Di Mauro – ma tanti circoli hanno investito e altri lo stanno facendo adesso per permettere ai nostri giovani di trovare le strutture adeguate anche al Sud. Ora spetta a noi maestri impegnarci per creare delle condizioni migliori, in modo che i ragazzi più bravi possano allenarsi qui, senza essere costretti a spostarsi lontano da casa».

Torna in mente l’esempio di Mauro, un affezionato lettore che qualche mese fa ci aveva scritto una lettera, pubblicata nel fascicolo di aprile. Faceva un parallelo fra la storia di Luca Nardi, classe 2003, il nostro ragazzo più promettente che grazie alle risorse di famiglia può svolgere un’attività da professionista, e quella di suo figlio, che a 16 anni gioca tre volte alla settimana, con classifica di 3.2. Si chiedeva: se negli anni mio figlio avesse potuto fare lo stesso numero di ore di Nardi, con la stessa qualità di lezioni ricevute, sarebbe riuscito ad arrivare allo stesso livello? Quanti sono in Italia i ragazzini che avrebbero dei numeri, ma per scarsa disponibilità economica e di tempo da parte dei genitori non hanno la chance di raggiungere i loro limiti? Il dubbio su come sarebbe andata se lo porterà dietro per sempre: «Più soldi – dice oggi – vuol dire potersi affidare a uno staff migliore, più ore di lezioni individuali, più tornei in Italia, in Europa, nel mondo, più esperienza, più possibilità di miglioramento, e così via. A mio giudizio, il denaro è il primo elemento discriminante per indirizzare il futuro tennistico di un ragazzo promettente». Parole forti, ma difficili da smentire. Ci sarà qualche eccezione che conferma la regola, ma si tratta appunto di eccezioni. Oggi, per (provare a) diventare professionisti di tennis, oltre alle qualità tecniche, fisiche e mentali, alle ambizioni e allo spirito di sacrificio necessario, conta il denaro.
COSTRUIRE UN TENNISTA: FOGNINI È NATO COSÌ
LA PROPOSTA DEL DIRETTORE: E SE MAMMA FIT…



