intervista di Federico Mariani - 24 aprile 2019

CHE FINE HANNO FATTO? GIANLUCA POZZI

Un tennis d'altri tempi, una persona tranquilla e dall'atteggiamento molto professionale, con tanta voglia di trasferire le sue conoscenze ai giovani che puntano al professionismo. E dopo quindici anni a Milano, ha deciso di provarci tornando nella sua Bari

La carriera di Gianluca Pozzi è tutta strana. Sbocciato tardi, ritirato tardissimo, in decisa controtendenza rispetto a quel tennis, Pozzi ha dato il meglio di sé quando molti suoi colleghi erano già ex tennisti. «Pozzi è come il buon vino, migliora con l’età», questa è firmata Andre Agassi e c’è da starne certi che Gianluca la porterà sempre con sé, anche a Bari, la città dove è nato, cresciuto e tornato soltanto da qualche anno. Il tennis è un vizio di famiglia per i Pozzi e Gianluca è diventato al Queen’s uno dei cinque italiani in grado di battere il numero uno del mondo in carica. Quel numero uno era proprio Agassi, che si ritirò a metà secondo set, quando Pozzi aveva 34 anni e 363 giorni. Questo ha fatto di lui per molto tempo il più anziano giocatore capace di superare un numero uno, record strappatogli da Roger Federer, anche se la sua pagina Wikipedia è benevola e pare aver ignorato il fatto. E comunque, essere superati in qualcosa che riguardi il tennis da Federer è certamente un’onta sopportabile. Dopo il ritiro, Gianluca è rimasto a Milano dove ha lavorato a stretto contatto con i coach Barbara Rossi e Maurizio Riva, mentre da quasi cinque anni ha completato il ritorno a casa: oggi Pozzi è tornato nella sua Bari e allena i ragazzi dell’Accademia Tennis.

Come hai vissuto il ritiro dal tennis professionistico?
Essendo abituato per molti anni a fare un certo tipo di vita, è molto diverso quello che accade dopo. Io ho preferito smettere di giocare in maniera graduale senza dare un taglio netto: verso i 37 anni ho rallentato molto cominciando a fare sempre meno tornei; smesso di giocare sul circuito internazionale, ho comunque continuato nel campionato nazionale e, ad esempio, ho vinto la Serie A1 quando avevo 40 anni.

Era maggiore il dispiacere di non essere più un professionista o il sollievo per poter cominciare una vita normale?
Entrambe le cose. Quando sei un tennista fai una bella vita, ma il pensiero di poter avere del tempo libero, di riposarti quando vuoi, di poterti rilassare, è innegabile che faccia piacere. Fare il tennista è un dono e un privilegio: la maggior parte delle persone, pur volendolo, non ci riesce per mancanza di capacità tecniche, atletiche e mentali. Quindi, ritengo che sia in un certo senso giusto e obbligatorio, per chi riesce a fare il tennista professionista, cercare di farlo al massimo delle sue possibilità fin quando il fisico lo consente. Però tutto passa, fa parte della vita. Smettere di giocare dispiace, ma si va avanti e si cerca di trovare qualcosa che ti tenga occupata la mente. A me il tennis piace molto, è sempre piaciuto, e quindi anche per il post-carriera ho deciso di restare in questo ambiente.

Mai pensato di fare il coach di un giocatore professionista?
No, ho preferito lavorare soprattutto con i giovani, senza dovermi rimettere a viaggiare. Lavorare sui giovani, la possibilità di plasmarli, cercare di insegnare loro le basi e dare consigli nel passaggio critico tra junior e professionismo, tutto questo è molto interessante e stimolante.

Hai costruito una famiglia durante l’attività professionistica, una scelta che non fanno tutti quanti: ti ha aiutato?
Mi sono sposato nel 1997, a 32 anni, quando ancora giocavo. Anche prima del matrimonio, però, per un paio d’anni mia moglie ha viaggiato con me. Ho sempre sentito la famiglia vicino perché, oltre a mia moglie, tantissime volte mio fratello mi accompagnava nei tornei in giro per il mondo. È un modo per sentirsi meno soli.

Com’è il tuo rapporto col tennis oggi, sia giocato, sia visto in tv, sia a livello professionale?
Dopo l’attività di giocatore, sono stato una quindicina d'anni a Milano lavorando con Barbara Rossi e Maurizio Riva: vivere l'esperienza dall’altra parte della barricata è stato bellissimo. È bello vedere che riesci a incidere su un giocatore trasferendogli quello che hai imparato prima di lui. Il tennis è un lavoro, ma anche un hobby: continuo a giocare, mi piace stare in campo con i ragazzi e tenermi allenato. Ovviamente lo guardo anche in tv, anche se non mi sta piacendo la deriva tecnica che sta prendendo il tennis attuale. Vedo che c’è un certo scadimento tecnico negli ultimi anni: quasi tutti fanno sempre la stessa cosa purtroppo, con un solo tipo di gioco e rarissime eccezioni. La colpa principale è di quella generazione nata a inizio anni Novanta che sta facendo una fatica incredibile. Basti pensare che nessuno di loro ha vinto uno Slam, anzi, quasi nessuno si è nemmeno avvicinato a vincerlo. Sono troppo impostati nel cercare solo la forza. Succedeva anche prima, per carità, però c’era molta più varietà, mentre adesso sono tutti standardizzati e quando incontrano chi riesce a variare un po’, vanno in estrema difficoltà.

Nella tua carriera hai guadagnato abbastanza soldi da poter stare bene per il resto della vita? Era un bisogno che avvertivi quello economico o non ci pensavi?
Sinceramente no. Non sono partito con l’idea di fare il tennista professionista perché era un lavoro molto remunerativo. Prendere il tennis solo come un lavoro è un po’ limitante. Quando sei professionista poi, ovviamente ci pensi ai soldi, ma vanno di pari passo con le soddisfazioni, i risultati, la voglia di emergere e dimostrare il tuo talento. Pensare di intraprendere la carriera da tennista per guadagnare dei soldi è un’idea ardita; ci sono modi più facili per farlo perché emergere nel tennis, è una cosa che riesce a pochissimi.

Gianluca Pozzi impegnato contro Roger Federer nell'esordio in Davis del fuoriclasse svizzero

Oggi di cosa ti occupi esattamente?
Da quattro anni e mezzo sono tornato a Bari, la mia città. Lavoro all’Accademia Tennis Bari che era stata fondata anni fa da Michelangelo Dell’Edera, che oggi è direttore dell’Istituto di Formazione Lombardi (la Scuola Nazionale Maestri n.d.a.). L’impegno è quello di sviluppare il tennis in una terra che ha ottime tradizioni tennistiche come la Puglia. Lavoro per la formazione dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni, una fascia molto delicata in cui i ragazzi si stanno sviluppando come giocatori per iniziare poi la transizione al professionismo. Secondo me questa è la fascia dove si può incidere di più. La mia giornata-tipo varia abbastanza: di base, cerco sempre di giocare con i ragazzi che hanno un buon livello, mi piace stare in campo finché regge il fisico.

E prima di tornare a Bari, solo l'esperienza con Barbara Rossi e Maurizio Riva?
Esattamente: nell’ultimo paio d’anni della mia carriera da giocatore ho iniziato a lavorare al Tennis Club Milano sempre con Maurizio e Barbara, dopodiché una volta smesso abbiamo aperto un’accademia tutta nostra dove ho lavorato dal 2003 al 2014.

Come hai vissuto lo stacco da Milano a Bari?
Tranquillamente perché ero talmente abituato a viaggiare che non s’è fatto sentire più di tanto. Ovviamente ci sono delle differenze ma non le trovo così enormi. A Milano conoscevo abbastanza l’ambiente perché, oltre a mia moglie, anche mio padre aveva origini del nord, precisamente di Varese, quindi mi sono abituato facilmente. Una delle cose più belle del tennis professionistico è proprio questa: viaggiando sei a contatto con talmente tante culture e modi di vivere differenti che alla fine impari a entrare in contatto con chiunque e senza pregiudizi.
Verosimilmente, che livello avresti secondo le attuali classifiche nazionali?
Non faccio più tornei, però gioco ancora bene. Ho quasi 54 anni però a un buon livello di seconda categoria riesco a giocarmela tranquillamente.

Quali sono i tuoi obiettivi?
Alla mia età subentrano priorità come per esempio gli affetti. Con mia moglie non abbiamo figli, ma la famiglia è sempre stata importante per me, basti pensare che ho cinque fratelli e una sorella. A parte questo, lo scopo è quello di prendere giocatori giovanissimi e riuscire a portarli al professionismo. Non è la stessa cosa di avere una tua carriera, ma è comunque un’enorme soddisfazione. Il tempo passa e bisogna sempre trovare nuovi stimoli: invece di curare i miei interessi come anni fa, oggi cerco di trasferire quello che so ad altri ragazzi sperando che abbiano le doti per emergere. Non solo a livello tecnico, ma anche umano.

Se ti ritrovassi a gestire un sedicenne molto forte, gli consiglieresti di completare gli studi e magari andare in America e farsi un paio d’anni al college, o di buttarsi subito nel circuito professionistico?
Per quanto riguarda la frequentazione di un college negli Stati Uniti, dipende molto dai casi: non c’è una soluzione giusta e una sbagliata. Lo studio, invece, è importante, anzi direi fondamentale, in ogni caso. I ragazzi devono svilupparsi come persone prima ancora che come tennisti. Io ho fatto un liceo scientifico tradizionale, magari facevo qualche assenza in più degli altri ma ho sempre studiato e anche fatto i primi due anni di università. Una formazione culturale è importante per avere una mente aperta che poi ti consentirà di migliorarti nel corso della carriera, quando dovrai girare il mondo. Il tennis è uno sport dove è determinante la parte mentale ed essere in grado di assorbire gli stimoli esterni e di ragionare con la propria testa è indispensabile.

Una curiosità: Wikipedia dice che sei stato il più anziano tennista ad aver battuto un numero uno del mondo in carica: è successo al Queen’s due giorni prima del tuo trentacinquesimo compleanno. Però forse Wikipedia non è molto aggiornata perché nell’ottobre 2017 Federer ha battuto il numero uno Nadal a Shanghai, a 36 anni compiuti...
Lo so, fino a qualche anno fa avevo questo record che non mi dispiaceva, poi Federer me l’ha strappato. Però ecco, c’è di peggio nella vita che essere superati da Federer.

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