Lorenzo Cazzaniga - 25 marzo 2019

Giulio Zeppieri: «Il tennis ti fa sentire figo»

Diciassette anni, una semifinale all’Australian Open junior appena conquistata e persa contro l’amico Lorenzo Musetti. E una crescita tecnica costante, pur restando lontano dai riflettori che non ama particolarmente, tranne quando scende in campo perché «il tennis ti fa sentire figo». Le ambizioni sono notevoli, ma vissute con i piedi ben piantati per terra. Come insegnano in famiglia

Nella società odierna, il grado di celebrità pare sia stabilito dal numero di follower di un profilo social o, nello sport, dai soldi che eventi e sponsor sono disposti a pagare per utilizzare la tua immagine o appiccicare un logo sulla tua maglia da gioco, al punto che un atleta viene spesso paragonato a una escort, seppur di lusso. I giovani sono tutt’altro che immuni da questi status symbol, anzi li inseguono, spesso a rischio di compromettere qualche prestazione agonistica. Come se un like valesse quanto un trofeo. Ecco, in questo contesto, Giulio Zeppieri, 17 anni di Roma, sembra catapultato da un altro mondo. Personalmente ho cominciato a seguirlo con colpevole ritardo e solo dopo l’imbeccata di Antonella Serra Zanetti, con la quale ho avuto la fortuna di scambiare due palle al Mare e Pineta di Milano Marittima, lo scorso settembre: «Tutti parlano di Musetti per il futuro del nostro tennis e fanno bene perché gioca un gran tennis. Però, ricordati di questo Zeppieri: l’ho visto nella trasferta americana e sta crescendo tantissimo: il servizio è diventato una bomba e i miglioramenti sono costanti. Diventerà molto forte». Quando a parlare è una ex professionista, è giusto seguire i suoi consigli perché è gente che sa guardare oltre l’immediato e spesso conoscono, o quantomeno intuiscono, situazioni ad altri sconosciute. In ogni caso, Giulio si è subito meritato le attenzioni conquistando la semifinale all’Australian Open junior, persa contro l’amico e rivale (in rigoroso ordine) Lorenzo Musetti. Un derby che ha spinto Eurosport a trasmettere il match in diretta, permettendo agli aficionados di osservare questo ragazzo, meno mediatico dell’amico ma non troppo distante per rendimento e aspirazioni.

Lo incontro a Milano, nella show room dello sponsor, insieme al suo maestro di sempre, Piero Melaranci, col quale si allena alla Capanno Tennis Academy di Latina, due passi da Roma: divisa d’ordinanza, aspetto pulito, uno sguardo quasi diffidente, come si trattasse di un esame. «In casa sono tutti così: tranquilli, pacati» mi dice il suo manager, Davide Bima, prima di raccontarmi che, quando si è proposto di seguirlo, la famiglia non ha fatto richieste economiche come spesso accade; al contrario, si sono assicurati che lui fosse nel pieno delle sue facoltà perché «non possiamo minimamente pronosticare dove potrà arrivare nostro figlio», gli hanno spiegato papà Leone, avvocato, e mamma Elisabetta, casalinga. Ma come ci è arrivato Giulio fin qui? «È una vita che mi alleno con Piero: fino ai 14 anni non avevo raggiunto grandi risultati, poi sono cresciuto tanto e ho preso la decisione di giocare a tennis in maniera seria, puntando al professionismo. Quella è l’età in cui bisogna cominciare a fare delle scelte». La prima è stata di abbandonare il calcio, se Dio vuole, anche se il tennis è sport che richiede sacrifici e disciplina: «Anche se non ho mai voluto allontanarmi da casa: sto bene qui, ho tutto ciò che mi serve e sono cresciuto esattamente come volevo». Grazie soprattutto a genitori mai troppo invadenti, nemmeno quando è diventato chiaro che l’opzione del professionismo era tutt’altro che un miraggio: «I genitori sono spesso un problema – ammette coach Melaranci - e questo caso non è altro che l’eccezione che conferma la regola. Ho cresciuto una ragazzina russa che giocava davvero bene (Maria Marfutina n.d.r.): vinceva, stava tutto andando secondo i programmi, poi il papà ha cominciato a guardarsi intorno, a farsi condizionare da questo e quell’altro: è tornata da me tre anni dopo e quasi non sapeva più giocare a tennis».

Highlights della semifinale dell'Australian Open junior 2019 tra Musetti e Zeppieri

Melaranci è un coach di grande esperienza, coltivata soprattutto con Laura Garrone e Gloria Pizzichini; gli piace l’idea piattiana di essere, anche lui, un meccanico del tennis: «Un giocatore è l’insieme di tanti ingranaggi e noi dobbiamo cercare di farli funzionare tutti insieme, altrimenti il giochino si rompe. Non passa giorno senza che si lavori sulla tecnica perché, senza quella, un giocatore non sa dove tira. Ma non è sufficiente, perché questo gioco ti obbliga a collegarla alla tattica, alla forza fisica e all’aspetto mentale. Devi definire che tipo di giocatore vuoi diventare per sapere su cosa lavorare». Ecco, ma che giocatore è, Giulio Zeppieri?. «Ho un gran servizio, colpo nel quale essere mancino aiuta. Riesco a servire a velocità elevate, anche sopra i 200 km/h, ma posso ancora migliorare, soprattutto nel tenere alta la percentuale di prime palle. Il mio colpo più naturale è comunque il rovescio: difficile che lo perda completamente in un match e, dovessi giocarmi un punto importante, sceglierei sempre di farlo con questo colpo. Lungolinea, incrociato, stretto, mi piace tutto. Il dritto invece è in fase di sviluppo. A un certo punto mi sono anche fermato per cambiare alcuni aspetti, come la preparazione e l’apertura, perché sapevo che non aveva futuro, per come lo avevo impostato. Cambiare non è mai facile: il mio coach ha ricominciato dalle basi, lanciandomi la palla con la mano per farmi prendere sicurezza col nuovo gesto. Adesso i miglioramenti sono evidenti e pian piano sta diventando sempre più efficace».

Perché il tennis non è solo puro piacere, è un lavoro, talvolta un sacrificio necessario: «Vallo a spiegare a chi crede che sia tutto bello - continua Zeppieri -. Oh, com’era l’Australia?, mi hanno chiesto appena tornato da Melbourne. Che ne so, posso raccontare solo dell’hotel e dei campi perché solo quelli ho visto. E, anche quando sono a casa, non è che tutti i giorni sono entusiasta di andare ad allenarmi e magari di curare un piccolo dettaglio fino alla noia; Ma, oltre al fatto che se mi chiama Piero e gli dico che quel giorno non ho voglia, mi viene a prendere a casa e mi trascina sul campo, è chiaro che sono passaggi fondamentali se si vuole arrivare in alto». Perché il materiale su cui lavorare è di primissimo livello: «Dove mi vedo tra due, tre anni? Nella top 50 mondiale» butta lì, mentre il coach fa una smorfia: «Speriamo anche un po’ più in alto» suggerisce convinto, tirando fuori dal suo ragazzo timidezza e buon senso: «Ovvio, ma è meglio volare bassi. Non voglio essere quello che spara primi trenta del mondo per poi sentirsi dire: Hey, te lo ricordi Zeppieri? Quello che diceva di voler essere primi trenta e invece è trecento. Sono convinto delle mie possibilità, però ancora non ho fatto niente». Che non è proprio vero perché quarti e semifinale negli ultimi due Slam junior sono risultati che incoraggiano la speranza: «Siamo al punto dove dovevamo essere – dice Melaranci, bloccando eccessi di entusiasmo -. A livello junior se la gioca con tutti i più forti del mondo, quindi la strada è quella giusta, ma il prossimo passo, quello che porta al professionismo, non è banale e Giulio l’ha capito già nel suo primo Challenger, a Bergamo. Ha perso un match contro Galovic che non si sarebbe lasciato scappare, ne avesse già giocati altri venti a questo livello. Ma tra gli junior e i professionisti, c’è una bella differenza». Già, ma quale? La spiega il diretto interessato: «Da junior vinco anche se ho alti e bassi nella partita, tra i professionisti è più complicato. Se vai avanti di un set, sicuro che l’altro cambia tattica e tu devi essere bravo ad adattarti in fretta. A me non è riuscito contro Galovic e infatti ho perso. Però non la farei tanto tragica: un periodo di transizione è normale che sia necessario, ma penso di essere già in grado di far bene nei Challenger. Fare esperienza è fondamentale».

Perché Zeppieri sembra un animale da competizione, dotato di quella che gli americani chiamano intestinal fortitude, budella solide, quelle che servono per entrare su un campo centrale con qualche migliaio di spettatori pronti a giudicarti e godere di quel momento, invece di farsela sotto, come succederebbe alla gran parte di noi: «Del tennis mi piace l’adrenalina della partita, gli applausi quando entri in campo, la gente che si esalta dopo un gran punto, i fans che chiedono foto e autografi. Insomma, il tennis ti fa sentire figo. Per me conta questo, ancor prima dei soldi. Poi è chiaro, mica gioco gratis. E per vincere sono disposto a fare tutto ciò che consente il regolamento: se mi accorgo che all’avversario dà fastidio quando mi fermo ad asciugarmi il viso, lo faccio a ogni punto. E se un medical time-out mi è di aiuto a spezzare il ritmo, lo chiamo. Nel tennis c’è molto fair play ma trovi pure quello che ti fa il pugnetto nel primo game, del primo set, del primo turno. Devi essere pronto a tutto». In questo ragazzo pare che convivano in piena armonia egocentrismo e modestia, sicurezza e ragionevole dubbio: «Chissà dove potrò arrivare – spiega Giulio -, difficile fare pronostici in questo mestiere. Però di una cosa sono certo, se fra cinque, sei anni fossi ancora costretto a giocare i Challenger, penso che smetterei, perché vorrebbe dire che qualcosa non ha funzionato nel nostro progetto. E non sono nemmeno sicuro che mi piacerebbe rimanere nel mondo del tennis. Oh, almeno così la penso adesso».

Ancor più certo di non voler seguire le orme paterne nei tribunali, la giovin speranza non ha particolari interessi scolastici, come accade quasi sempre in queste circostanze, perché quando hai 17 anni, lo sport è certamente più affascinante di un’equazione matematica, che dovrebbe essere il pane di chi frequenta un liceo scientifico: «Onestamente la scuola non mi piace granché: faccio uno scientifico che si potrebbe chiamare sperimentale perché studio solo le materie più importanti e poi mi presento agli esami finali, dopo aver studiato con un insegnante privato. Figurati che, noi soli nella stanza, devo pure far finta che mi interessi! Una volta studiavo le due mattine che non mi allenavo, ma dallo scorso autunno il tennis occupa tutta la mia giornata: dalle 9 alle 12.30 e poi dalle 15 alle 19.30, tra campo, atletica e fisioterapia. Dopo chi avrebbe voglia di studiare chimica?». Scherzando, ma nemmeno troppo, ammette di aver letto l’ultimo libro alle elementari e che Open, quello di Agassi, gliel’ha raccontato la madre. Lui ascoltava: «E, sia chiaro, non credo che uno come lui, che ha vinto tutti gli Slam, possa davvero aver odiato il tennis».

Lui, perché il tennis non diventi nausea, ne parla «pochissimo con i miei genitori, mai con gli amici. E durante i tornei, non chiamo casa appena finito un match; anche dall’Australia, aspettavo qualche ora, facevo le interviste, fisioterapia e quant’altro, poi sentivo mia madre che ha il compito di riferire a tutti gli altri», compreso un fratello maggiore, che il tennis lo ha solo masticato. Insomma, un ambiente ideale dove crescere, lontano dai social e da quei riflettori sotto i quali è finito l’amico Lorenzo Musetti: «È normale, lui ha vinto uno Slam junior, io ho perso in semifinale, c’è una bella differenza. Siamo molto amici, abbiamo condiviso tante trasferte insieme, anche se ho rosicato dopo averci perso contro a Melbourne. Ma il giorno dopo ero sugli spalti a fare il tifo per lui». Scontato? Per nulla. Come la stima nell’allenatore, in un paese dove invece il dio calcio insegna che l’esonero è pratica quotidiana: «Sono cresciuto con Piero, è un maestro in tutti i sensi. Faccio domande di continuo: perché facciamo questo? Perché ci alleniamo così? Perché devo correggere questo dettaglio? Voglio sapere tutto, ma poi faccio esattamente quello che mi dice». Si chiama fiducia. La stessa che il coach ripone nel suo ragazzo: «Ha le qualità per raggiungere grandi traguardi, ma bisogna lavorare duro, soprattutto dal punto di vista mentale. Ehi, Giulio, guarda quel tizio nel poster… sì, lui, Novak Djokovic: sai cosa rende speciali quei giocatori lì? Che servono da schifo tutta la partita ma sulla palla break decisiva tirano un ace. Fare la cosa giusta al momento giusto, questo è il tennis».

Good luck, Zeppieri.

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Giulio Zeppieri è nato a Roma il 7 dicembre 2001. Mancino con rovescio a due mani (insieme al servizio il suo colpo migliore) ha cominciato a giocare a tennis a cinque anni ed è cresciuto insieme a coach Piero Melaranci con il quale si allena alla Capanno Tennis Academy di Latina. Negli ultimi due Slam junior disputati ha raggiunto i quarti di finale allo US Open nel 2018 e la semifinale all’Australian Open lo scorso gennaio, dove ha perso dall’amico Lorenzo Musetti. Attualmente è numero 15 della classifica mondiale ITF under 18.

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