intervista di Federico Ferrero - 12 marzo 2019

BOOM BOOM BERRETTINI

Matteo Berrettini, 23 anni ad aprile, servizio e dritto che spaccano. Ma anche una spiccata personalità: educato, competitivo, onesto, rispettoso, intelligente, mai scorretto. E forte, dannatamente forte.

Se guardi il casco di capelli, trovi una vaga somiglianza con qualche calciatore del futbol bailado immortalato nelle figurine Panini, edizione del Mondiale di Spagna 1982. Un Toninho Cerezo. La spiegazione c’è: la nonna materna, Lucia, la sua prima tifosa, è brasiliana, anche se vive da 50 anni a Roma. Il nonno paterno, invece, è fiorentino: per questo lui tifa viola, ma si sente romano de Roma, cresciuto al Nuovo Salario e innamorato del cacio e pepe (quello giusto, fatto con la pasta lunga e la crema di pecorino). Matteo Berrettini, 23 anni il 12 aprile, un anno e mezzo fa giocava le qualificazioni nei tornei minori. In diciotto mesi ha vinto due challenger, un ATP 250 (Gstaad), ha fatto strizzare otto magliette a Dominic Thiem a Parigi e ha bruciato il checkpoint dei primi cento; nel 2019 ha spinto al limite Stefanos Tsitsipas all’Open d’Australia, ha esordito in Davis in India come il più consumato dei professionisti, ha battuto il giocatore dal ranking migliore (Khachanov, 11) ed è piombato in corsa nel gruppo dei primi cinquanta. Oggi è in Players’ lounge a Marsiglia, dove è entrato di diritto in tabellone; sbocconcella un grappolo di uva e condivide la stessa stanza del relax con Goffin, Simon, Verdasco e Tsonga. Sembra a suo agio, nel club esclusivo dei migliori.

Qualcuno aveva previsto tutto questo oppure, guardandoti indietro, sei stupito anche tu?
«Non mi sarei certo aspettato questi risultati in questi tempi. Sono Vincenzo e Umberto (Santopadre, il coach, e Rianna fornito dalla federazione come responsabile over 18) ad aver avuto una visione a lungo termine: io sapevo solo che volevo fare il professionista e sostenermi da solo, tutto qui. Quando, nel 2014, Zverev vinse l’Australian Open e io mi dovetti qualificare per il tabellone principale, ricordo che mi dissi mannaggia, questo è un anno più giovane di me e guarda dove è già arrivato… Però ognuno ha la sua strada: di Zverev ne nascono pochissimi. Ma, alla fine, anche di Berrettini non ce ne sono tanti, visto che nei primi 50 del mondo, alla mia età, non è che ci sia la fila».

Vero: davanti a te, tra chi deve compiere ancora 23 anni, solo otto piccoli fenomeni, tra cui lo stesso Tsitsipas, Coric, Shapovalov. Ma come si sopravvive al girone infernale del tennis, avendo peraltro fatto poca attività juniores?
«Ricordo ancora le prime partite da professionista, due Futures e due challenger: le persi tutte e quattro. Ma avevo già deciso di non iscrivermi all’università, dopo tre anni di scientifico pubblico e due da privatista. L’estate della maturità giocai contro Tommaso Lago a Heraklion, in Grecia: sole, pioggia, un vento assurdo, avremo interrotto il match sei o sette volte. Esperienze dure, che ho cercato di ricordare andando avanti: volevo togliermi di lì il più presto possibile. Ricordo ancora quella volta in cui stavo giocando al Cairo contro un egiziano (torneo ITF nel 2012, contro Omar Argoun, mai entrato nel ranking ATP) avevo male alla spalla, vincere o perdere non mi cambiava più di tanto. Ero sotto. Poi ho pensato ai sacrifici dei miei genitori e mi sono detto che non potevo mollare così (vinse 1-6 6-4 6-3). Certo, è un cambiamento grosso rispetto agli under 18 dove sei trattato da Vip, soprattutto negli Slam, e hai la tentazione di restarci. Invece mi ci sono buttato. Mio fratello Jacopo (20 anni, numero 402) sta giocando il Transition Tour e ieri mi ha mandato un messaggio nel gruppo della famiglia: “Vado a fare la spesa”. Mi ha fatto tenerezza, ho ricordato quando toccava a me, neanche troppo tempo fa, affittare l’appartamento con altri e contare tutti gli euro. È una cosa importante per noi ragazzi, sono passaggi che ti formano».

Il resto dell’intervista nel numero di Tennis Italiano attualmente in edicola

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