da Bordighera, Federico Ferrero - 19 febbraio 2019

RICCARDO PIATTI, Il MECCANICO DEI CAMPIONI / PARTE II

Figlio di un imprenditore tessile comasco, ha sempre preferito il tennis. Buon seconda categoria, è diventato il miglior coach italiano di sempre. Ha allenato Furlan, Caratti, Camporese, Ljubicic, Djokovic, Gasquet, Raonic, adesso Coric. Senza considerare le decine di coach che ha formato. Un’avventura cominciata quando il maestro di Villa d’este si è rotto un femore

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Lì venne fuori il Piatti con l’animo da imprenditore
, che gli insegnamenti di quel padre aveva - più o meno consapevolmente - introiettato. Quanti benedirebbero un datore di lavoro che boccia il lavoro ma continua a stipendiare il lavoratore? Nel tennis, gli esempi abbondano tuttora; Piatti, semplicemente, rifiutò. «Ne parlai con mio padre. Eravamo d’accordo sul fatto che se investi per quattro anni su di me e i miei risultati non li gradisci, il calcio in culo devi darlo a me, non ai giocatori. Allora decisi di andarmene. Avevo amici che avrebbero potuto investire qualcosa per mandarci in giro. Poi trovai, a Moncalieri, le Pleiadi». Il giorno in cui iniziò ad allenare in mezzo alle nebbie torinesi, con quei quattro adolescenti spaesati ma uniti nella fede per il loro guru, nacque un fenomeno nuovo per l’Italia. Un gruppo con un allenatore e pochi giocatori, niente politica, niente posti fissi: si va sul mercato, se si guadagna si vive, sennò arrivederci. Pochi e coraggiosi sponsor si erano fatti avanti per coprire parte delle spese: Bredford, una scomparsa marca di abbigliamento sportivo che vestì Caratti con una agghiacciante polo a macchia di vino nel trionfale torneo di Milano 1991 (il Kid di Acqui Terme perse in finale, dopo aver battuto Lendl negli ottavi); la torinese Kappa; e poi Dunlop, grazie all’interessamento di un ex serie A vercellese, il doppista Gianni Marchetti. Fu un momento storico, battezzato da qualche riga sulla cronaca torinese della Stampa. «Avevo con me dei ragazzi di 18 anni e non sapevo cosa fare. Andammo a Murcia, io cercavo di copiare dagli altri. Rimasi via per dieci settimane. Dopo due anni, avevo due giocatori nei primi cento: alla fine del 1990, Caratti era 90, Furlan 70». Nel 1991, Cristiano arrivò nei quarti di finale all’Open d’Australia col suo tennis strano e pettoruto, il rovescio piatto anticipato, i tic. Alla squadra si era unito anche Omar Camporese, il miglior italiano su piazza, che perse 14-12 al quinto contro Becker. Piatti era diventato il salvatore del tennis italiano: chi prima chi dopo, tre dei quattro boys (non ce la fece Ghigo Mordegan, pur dotatissimo) divennero titolari in Coppa Davis. «Quando Caratti arrivò al numero 26 del mondo, pensai di aver capito come si faceva. Errore enorme: lui era andato su in classifica perché aveva lavorato tanto ma non c’era un metodo. Infatti pagò la mia insicurezza». A dargli le più grandi soddisfazioni sarebbe stato Renzo Furlan: poca ciancia, tante gambe, testa super e bel rovescio, con i quarti di finale a Parigi 1995 e il numero 19 ATP. Nel mentre, un ragazzo scappato dalla guerra della ex Jugoslavia si era rifugiato a Moncalieri grazie all’interessamento di Ernesto Chioatero, detto Friki, figura nota nel tennis sabaudo. Portato via da un campo rifugiati, era così appassionato e testardo da essere migliorato al punto di poter fare da sparring partner agli allievi di Piatti. Giocava con le scarpe bucate, ora fa l’allenatore di Federer. Si chiamava Ivan Ljubicic ed è stata l’avventura più lunga e di maggior appagamento per Riccardo Piatti: dal niente all’essere il primo degli umani in classifica, dietro Federer e Nadal. «Tutto quello che so e che faccio con Roger, l’ho imparato da Riccardo», dice lui.

Alle undici del mattino di un giorno di dicembre 2018, Piatti è in campo con Borna Coric, numero 12 del ranking, pronto a lanciare l’assalto ai grandi tornei in questa stagione. Gli punta il manico di una racchetta all’altezza del fianco, prima che inizi il movimento del servizio. A bordo campo, il figlio di Luigi Bertino filma tutto, poi riguardano. «Non sarà perfetto ma non è male», si autoassolve Coric. «Hmm», taglia corto Piatti. Bene non basta. Bisogna fare meglio. Riccardo non è la persona che chiameresti a condurre una televendita: ammaliare con le parole non è il suo forte. Ma è il meccanico da cui porteresti la tua automobile quando non parte, e non serve uno che ti racconti quanto sia importante l’amperaggio della batteria ma soltanto che te la aggiusti. Eppure lui, dopo l’esperienza con Raonic, si sentiva esaurito per quella funzione: «Milos è stato il progetto per cui ho più rimpianti: so che non piaceva, come giocatore, ma aveva un’efficacia clamorosa e poteva diventare numero uno del mondo. Alla fine del 2016 era numero tre, pronto per vincere qualcosa di importante. Invece l’anno dopo è stato catastrofico, il team non era unito e non lavorava correttamente. Con Gasquet, invece, zero rimpianti: ho fatto tutto quello che dovevo. Solo che gli chiedevo di prendere un fisioterapista, un preparatore e lui niente. Se corri dieci minuti al giorno, non puoi fare la maratona. Cercavo di spingerlo ma non ha mai voluto fare quel cambio. Comunque, dopo Raonic non volevo più essere il coach di giocatori fatti».

Ma siccome Ljubicic era il manager di Coric, dai e ridai gli ha fatto cambiare idea. «Mi diceva che il ragazzo voleva a tutti i costi lavorare con me». Il corteggiamento è riuscito. «Non è che gli abbia insegnato a giocare, ho solo messo ordine nelle cose che faceva. Il servizio lo sto sistemando, perché aveva il difetto di Djokovic: colpiva storto. Quando lavoravo con Nole, gli avevo fatto vedere il suo servizio filmato e, sovrapposti, quelli di Federer e Sampras, i suoi idoli. Gli feci un discorso semplice: guardali. Sono dritti: vuoi mettere che vantaggio, quando devi giocare un punto importante? Questi mica sbagliano, se devono chiudere la partita. Tu, invece, che sei storto, sul match point è più facile che tiri fuori, che non dentro». Poi sguaina il telefono e mostra un filmato comparativo: il dritto di Coric a marzo 2018, il dritto di Coric versione 2019. L’angolo del gomito, all’impatto, era di 114 gradi; adesso, 144. Tradotto: prima colpiva col braccio rattrappito e attaccato al corpo, adesso lo distende e ha più leva, quindi tira più forte, quindi fa più punti, quindi prende fiducia, quindi vince di più. Filmare e misurare non basta: bisogna trasferire le idee. Si parte da un concetto piattianamente universale: tutte le automobili, per curate che siano, hanno bisogno di manutenzione, anche la Pagani Zonda. Ogni tanto, ci vuole un tagliando. «Ah, quello sempre. Se trascuri la tecnica tendi a sporcarla e, ogni tanto, devi riprenderla. Del resto, perché Federer è in cima a 37 anni? Perché è il più tecnico di tutti. Poi sì, fisicamente è molto buono. Ma ormai il 70% degli scambi ad alto livello finisce entro tre, massimo quattro colpi, e la tecnica deve essere la migliore. Poi, attenzione, colpire bene è una cosa, e lo fanno in tanti; giocare bene è un’altra. Il giocatore migliore è quello che ti mette in condizione di fare quello che vuole lui nel momento chiave: Federer, Nadal, Djokovic sono i tre che, se il punto è importante, riescono a trascinare quasi sempre il gioco dove decidono loro. Quei tre che ho detto, Murray, Wawrinka sono gli unici che hanno un ordine tecnico e di gioco. Gli altri, direi di no». Il problema è la differenza tra conoscere una cosa e farla apprendere. Si può essere bravi nella speculazione dottrinale e non essere in grado di trasferire le conoscenze. Se Piatti vuole che Coric trasferisca il peso all’indietro mentre muove la racchetta per iniziare il gesto del servizio, non ripassa una dispensa sulla biomeccanica; gli mette un ostacolo all’altezza del fianco, per forzare il movimento in una certa direzione. Il peso del corpo si sposta indietro e poi avanti, la schiena non è più storta, Coric serve una prima a 210 all’ora in mezzo alla T. Funziona.

Da Moncalieri a Bordighera è passato il tempo della vita utile di un atleta professionista, eppure Piatti è ancora lì, a consumare suole delle scarpe. A prendere pezzi del vissuto e usarli per il prossimo progetto, la prossima sfida. Diversivi, se così si possono chiamare, sono soltanto i piaceri della famiglia, la moglie Gaia e il figlio. «Ho avuto la fortuna di poterli portare con me. Nato da due mesi, Rocco era con noi al torneo di Lione. Adesso ha quattordici anni, credo sia venuto dodici volte in Australia». Un nucleo di affetti itinerante, senza altre passioni: «Non ho distrazioni, ho il tennis. Per me, il gioco più bello è trovare il canale giusto per far passare un concetto a un giocatore. È questa la parte divertente del mio lavoro: non insegnare una cosa, ma trovare la maniera per farla apprendere a ciascuno. E ognuno è diverso, non puoi dire la stessa cosa a tutti. Ma se uno impara, diventa sùbito più sicuro, quindi più forte».
In effetti, quando non parla di tennis, Riccardo Piatti parla di gioco del tennis. Dal centro è appena andata via Garbiñe Muguruza, rimasta una settimana a revisionare telaio e motore con il suo coach, Sam Sumyk: «Una soddisfazione. Insomma, Sam ha vinto due Slam, l’ha portata al numero uno del mondo, ha vinto più di me. Ci siamo parlati e lui voleva risolverle un problema sul servizio, mi ha mandato i filmati. Ci siamo sentiti a settembre, sono venuti qui a dicembre e ha fatto dodici allenamenti. Dopo il primo, lui mi si avvicina: “Senti, fai tu, guardale anche tutto il resto”. E le ho detto un paio di cose. Volevo che prendesse la palla più distante. Perché lo facesse, le ho solo chiesto di girare prima le spalle. E di tenere la mano sinistra più chiusa sull’impugnatura, l’altra più aperta. Allenare una che non conosco, che non mi conosce, non ti rende tranquillo. Lei si è fidata: e poi, ormai, ne ho viste di tutti i colori…» Manco a dirlo, i due se ne sono andati soddisfatti del passaggio in officina.

Il tennis come giocattolo da montare e accendere, per vedere se va: «La mia fortuna è stata quella di lavorare con ragazzi che pensavano di giocare già molto bene, perché la mia sfida era far capire loro che potevano farlo ancora meglio. All’entrata del centro mi hanno appeso un quadro con una frase che dico spesso: “Non siamo qui per risolvere problemi, ma per crearli”. È ovvio che un professionista ha già superato molte difficoltà, nelle quali tanti si fermano. I più forti sono quelli che resistono allo stress. Mica è una colpa, non farcela: io avevo un sacco di limiti e mi sono fermato in serie B». Però, per stimolare la crescita, a volte serve provocare: «Ti faccio una domanda: ma che cavolo ha vinto Coric? Niente. Te ne faccio un’altra: ma che cavolo ha vinto Raonic? Niente. Il mio approccio, con loro, è questo. Poi, a te posso dire che Borna ha perso al terzo turno dello US Open e ha guadagnato 150.000 euro, una cifra che una persona normale mette via in chissà quanti anni. Ma lo dico a te, non a lui».

Se c’è un peccato, ma lui non sembra avvertirlo, è che il mondo abbia beneficiato del suo metodo più dell’Italia che, in fondo, rimane casa sua. Una ventina di anni dopo le Pleiadi, figura una fugace collaborazione con l’amico Lombardi, direttore della Scuola maestri. Piatti tornò presto a gestirsi da sé, perché non era nel suo elemento. «Non credo che in Italia siamo deboli sportivamente, basta guardare la pallavolo, la pallanuoto… Probabilmente la nostra tipologia di educazione, in ambito tennistico, non è così corretta. Io parto sempre dalla conoscenza, perché un numero dieci si può fare. Quando Cecchinato è arrivato nei quarti al Roland Garros, era il quindicesimo quarto in uno Slam di un italiano, in cinquant’anni. Se, in tutto questo tempo, ci sono stati 1.500 posti nei quarti di finale Slam, non dico di piazzarne mille di risultati italiani, ma trecento… In questi anni le donne hanno fatto benissimo, il tennis maschile potrebbe raggiungere quei livelli». Ci sarebbe voluto qualche italiano in più nella sua officina. «È vero che ho lavorato con tanti stranieri, ma sarei contentissimo di portare un italiano in alto». Se poi fosse il suo pupillo Jannik Sinner, che lavora a casa Piatti con Andrea Volpini, meglio ancora. «Il mio essere qui, in fondo, dipende da Rasicci e dalla Scuola nazionale maestri, altrimenti avrei fatto altro nella vita. Con la Fit ero in conflitto, negli anni in cui pensavo si potesse fare di più, adesso ho un buon rapporto. Il problema delle federazioni ricche è dare ruoli e soldi a persone competenti fuori dal loro sistema. Qui le porte sono aperte». Dalla soglia di casa Piatti, intanto, sono entrati anche Fabbiano, Bolelli, Napolitano. È un po’ l’effetto Pleiadi, il faire savoir che ormai è arrivato a tutti: si sa che qui c’è il più bravo e, chi può, cerca di infilarsi, potendosi permettere le tariffe (molto poco socialiste) del centro. Anche portandosi dietro il proprio, di coach. «La lista per entrare è lunga, siamo full per tre mesi», sussurra un collaboratore. Capita pure che nel parcheggio faccia manovra un veicolo targato Monte Carlo, per cui c’è sempre un posto libero: è Novak Djokovic. Anche lui, ogni tanto, passa a farsi vedere dal suo vecchio, indimenticato meccanico.

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